Porto 2017-4

4.

Il Palácio Da Bolsa, dove si ritrovano le associazioni dei commercianti della città per discutere di quelle cose di cui discutono i commercianti, che se non sei un commerciante ti riesce difficile immaginarle, tipo quanto le facciamo pagare le margarine da un etto e venticinque, si trova in una piazza in discesa. Quasi tutte le piazze del centro storico sono in discesa, e infatti a Porto ogni ragazzino ha giocato a calcio in piazza una volta nella sua vita, poi basta. E alla foce del Douro c’è un’insenatura dove ogni lunedì gli addetti alla pulizia costiera raccolgono centinaia di palloni.
Che vengono raccolti dall’associazione dei commercianti di Porto, che col ricavato si sono costruiti il sontuoso Palácio Da Bolsa.

Appena entri ti mostrano uno spazio enorme, chiuso su tutti i lati compreso il soffitto da pareti di vetro. La guida ci spiega a cosa serviva, ci mostra i vari stemmi che adornano le pareti, ognuno raffigurante una città, ci mostra un bellissimo orologio liberty e diverse altre cose, ma in quel momento sto cercando un bagno e mi sto domandando se mi noterà qualcuno, appartato in un angolo mentre fingo di guardare una cosa sul cellulare. In una stanza di vetro? Ma figurati, chi vuoi che se ne accorga.

Dopo la visita al salone di vetro saliamo a visitare le diverse stanze in cui le associazioni fanno le cose, tipo il Salone Dove Si Decide Quando Cominciare I Saldi, il Salone Dove Si Infliggono Punizioni Corporali A Quelli Che Ti Si Infilano Nella Vetrina, il Salone Dove Ci Si Ritrova Dopo La Riunione A Bere Porto Fino A Perdere Conoscenza e il piccolissimo Ufficio Palloni Smarriti, che contiene un quadernino ormai pieno di denunce e basta. Si sta deliberando per comprarne un altro, ma c’è sempre da risolvere qualcosa di più urgente, e fino ad allora il servizio di denuncia palloni smarriti è stato sospeso, con grande disappunto dei bimbi portuensi.

C’è anche un’incredibile sala decorata in stile moresco, che dalla quantità di stucco utilizzata per creare tutti quei ghirigori dovrebbe chiamarsi Sala Barbatrucco.

Niente, volevo lasciar depositare la bruttezza di quest’ultima battuta. Andiamo avanti.

memento mori

Intanto si è fatta quell’ora in cui i miei antenati che vivevano nelle caverne uscivano dal rifugio e combattevano la natura selvaggia per strapparle qualcosa di che nutrirsi. Ho ereditato qualcosa da loro, e se a casa posso recarmi comodamente al supermercato, cosa che loro non facevano perché la caverna dove abitavano i miei nonni dopo lo sfratto era troppo lontana dal centro, qui non so orientarmi fra le decine di proposte alimentari che la città mi butta addosso a ogni metro: Ristoranti tipici portoghesi a base di carne, ristoranti altrettanto tipici a base di pesce, il paradiso del bacalhau, il nirvana dell’alheira, formaggerie che emanano un odore di piedi da stordirti, trattorie vegetariane dove provare il vero caldo verde. La scelta è difficile, l’unica cosa che so per certo è che non mangerò mai più la francesinha, piuttosto mi infilo in un cantiere e succhio un paio di mattoni, tanto più o meno il sapore è lo stesso.

In Rua da Alegria, una strada che si arrampica sulla collina dove un tempo dovevano aver girato un film post-apocalittico e poi si sono dimenticati di smantellare le scenografie, trovo un piccolo ristorante che abbina aspetto accogliente, menu gustoso e prezzi popolari. Il gestore è un ragazzone molto gentile, mi mostra un tavolino e mi chiede se è di mio gradimento. Poi aggiunge: “Allora prova a passare domani, perché stasera siamo pieni”, e mi allunga un biglietto da visita. Lo ringrazio con un sorriso, poi raccolgo una forchetta dal tavolo più vicino e gliela pianto in un braccio, così impara a fare lo spiritoso con la fame degli altri.

Appena dopo il ristorantino spiritosone trovo il classico buco infame da disadattati, una trattoria unta con la puzza di fritto che scivola sotto la porta, le tovaglie di nylon e la tele appesa al soffitto sintonizzata sulla partita. Gli avventori hanno l’aria di aver perso da tempo la speranza di diventare ricchi e famosi, se ne stanno rassegnati ai margini della vita e osservano lo schermo con poco interesse, lo stesso che riservano alla roba che hanno nel piatto.
Chissà cosa si mangia in un posto così triste, mi domando. La risposta è appiccicata alla vetrina, in pratiche buste trasparenti uso ufficio, e mi viene fornita in diverse lingue, fra cui l’italiano.

il fascino pulp della cucina portoghese

Io non so proprio resistere a un cartello che mi traduce “tripas à moda do Porto” (trippa alla maniera di Porto) in  “elegante budella Porto”. Così entro e mi gusto un’altra cena discutibile in un luogo dove la cortesia distaccata del cameriere sembra essere l’unico aspetto positivo, ma solo perché in un posto così ti aspetti che tutti smettano di parlare e ti fissino, e che lui si avvicini brandendo un coltello da macellaio.

Sopravvivo, ma a differenza delle altre volte non ricorderò questo viaggio a Porto per le straordinarie cene che lo hanno contraddistinto.
Mi incammino con calma verso l’ostello e rifletto su un po’ di cose che mi sto portando dietro e delle quali non vi parlerò, perché i pipponi intimisti me li tengo per i racconti in terza persona, dove posso fingere che quello disadattato sia il protagonista della storia e non io.
Entro in camera e forse interrompo qualcosa, i miei due coinquilini sono seduti sulla stessa branda con fare colpevole. Vado a lavarmi i denti e ci metto molto più tempo del necessario, e quando torno sembra di nuovo tutto normale. Mugugno una buonanotte e mi apparto ai piani superiori.

(continua)

 

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E dimmelo, dai, lo so che ci tieni