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Vabbè, a quarantacinque ci sono arrivato, pensavo, mentre le mani si rattrappivano sulla corteccia gelata e i rami più sottili cercavano di levarmi gli occhiali. Sotto di me, parecchi metri più in basso, un amico illuminava con la pila l’oggetto che stavo cercando di raggiungere. Il fascio di luce spariva da qualche parte più su di dove mi trovavo, e più lontano dal tronco a cui cercavo di restare appollaiato. Ma chi cazzo me l’aveva fatto fare?

Il mio fine settimana di celebrazioni scatenate era coinciso con l’insediamento di Trump alla Casa Bianca, e forse per questo tutti i miei amici avevano il telefono staccato quando li avevo chiamati per uscire. Gli unici che ero riuscito a recuperare erano Lorenzo, un maniaco depresso con la vita sociale azzerata da decenni di benzodiazepine, e Pino, la sola amicizia rimasta nel buco di paese in cui mi ostinavo a vivere, ma con cui non mi capitava mai di uscire perché faceva il benzinaio notturno all’autogrill, e nei pochi venerdì sera liberi che si concedeva non volevi averlo seduto vicino perché i suoi capelli odoravano di gasolio.

Ma era una serata particolare, quarantacinque anni meritano di essere celebrati nel migliore dei modi, e quale modo migliore di sfondarsi di alcool fino a perdere i freni inibitori e poi buttarsi in qualche locale a caccia di femmine?

“Eh per esempio alla birreria tedesca di Clavarezza. Hanno la Dunkel Draften che mi piace.”
“Io in discoteca non ci voglio venire, c’è troppa gente.”

Cinque minuti che era iniziata e la mia serata di festa grande mi aveva già rotto i coglioni.

“Ragazzi, dai, alla birreria ci potete andare quando volete, stasera andiamo a spaccarci in un locale con della gente! Conosciamo delle donne, cazzo!”
“Alla birreria ci sono le donne, la cameriera è carina”, puntualizzò Pino.
“Ha diciassette anni! E le altre femmine presenti sono la moglie del barista e la sua mucca che tiene nel cortile dietro il bar. E se le scambiasse di posto non se ne accorgerebbe nessuno!”
“Io torno a casa, non mi sento bene”, disse Lorenzo, e me la vedevo già la mia serata immerso nei miasmi oleosi di un tavolino isolato, scartato dagli sguardi del mondo, a far venire l’ora in cui puoi andare a dormire senza sentirti troppo sconfitto.
Mi arresi, e dopo mezz’ora di tornanti al buio su un passo alpino ci ritrovammo seduti al Dumme Esel, l’unico locale della valle che tenesse aperto oltre le diciannove, contando anche la stazione ferroviaria e le cabine telefoniche.

L’arredamento ricordava una tipica birreria bavarese rilevata da un nostalgico degli anni ’70 e che avesse subito un pignoramento in tempi recenti: c’erano quattro tavoli di legno, due tavolini di formica verde malattia e un bancone impiallacciato faggio con ripiano in finto marmo; alle pareti alcuni tappetini che i fornitori di birra ti regalano per farsi pubblicità, di marche prodotte in paesi dove certamente non si parlava tedesco, e un quadretto della Guinness comprato durante il viaggio di nozze a Dublino. Dietro il banco, fra le bottiglie di Biancosarti e di grappa Nardini, campeggiava l’unico cimelio che giustificasse l’ispirazione teutonica: una foto di Rummenigge con la maglia dell’Inter, autografata.

Era l’unico locale aperto di venerdì sera nel raggio di venti chilometri, e consisteva di quaranta posti a sedere compresi gli sgabelli al banco: quella che ci accolse oltre la porta non era la folla in un locale di successo, era l’ultima curva prima del suicidio di massa.
Ciondolammo un po’ in attesa che si liberasse un posto, e arrivò la cameriera, sgusciando fra una mandria di manzi postadolescenti che le rivolsero muggiti di approvazione. Bisognava capirli, il corpo di una ragazza che ti si struscia contro era qualcosa di sconosciuto, facile che si spingessero fin lassù apposta per quell’esperienza, per alcuni di loro la cosa più vicina al sesso che sarebbero riusciti a ottenere.

Pino la salutò con un entusiasmo fuori luogo, lei ci condusse a un tavolino vicino ai cessi da cui si stavano alzando tre bimbi in bomber, appagati dal boccale di birra che doveva aver danneggiato in modo serio il loro equilibrio, perché ci franarono addosso in uno scroscio sguaiato di risate e porchidii. Lorenzo mostrò la sua faccia insofferente n.21, con gli occhi stretti che scappano a destra e le labbra che stentano a contenere un insulto. Pino lo mise a sedere con una spinta decisa.

Dal cicaleccio degli avventori saliva la risata acuta della moglie del barista, e la linea di basso di un classico dei Guns’n’Roses. Era il momento in cui avremmo dovuto parlare di qualcosa. Pino guardò il suo bicchiere, poi Lorenzo che guardava il proprio e poi me, e decise che dei tre ero quello che offriva maggiori spunti di conversazione.

“Allora, come ci si sente ad avere quarantacinque anni?”
“Hai presente quando ne hai compiuti quarantatre lo scorso novembre? Uguale.”
“Beh cazzo, quarantacinque sono un traguardo importante, sei..”
“Vecchio?”
“Adulto!”
“Lo ero anche prima, credo.”
“Ma a quarantacinque è certificato, quando dici quarantacinque la gente ti immagina sistemato, con una posizione, una famiglia, dei figli che vanno a scuola. Tu invece sei ancora lì a cazzeggiare. Come ti senti? Fortunato?”
“Mi sento un alieno. E credo di dare quest’impressione anche all’esterno, perché quando conosco qualcuno e gli racconto come vivo mi guardano come se ad un certo punto dovesse aprirmisi la faccia e uscire Lady Gandal.”

Pino rispose con la faccia di quello che gli hanno raccontato una barzelletta difficile, e Lorenzo alzò gli occhi dal bicchiere:
“Il generale di Goldrake, quello che gli si apriva la faccia e sotto c’era una donna cattiva che lo dominava. Bellissima metafora del rapporto di coppia, se volete il mio parere. È un esempio che però calza più a me che a te, scusa.”
Lorenzo cercava sempre di spostare la conversazione sui suoi drammi sentimentali, che da un paio d’anni erano uno solo, sempre lo stesso, una storia finita malissimo da cui non era riuscito a riprendersi e aveva scoperto il magico mondo degli antidepressivi. Lo ignorai, sennò in dieci minuti ci saremmo aperti i polsi con gli stuzzicadenti.

Alla terza birra Lorenzo ci stava parlando della sua ex. Eravamo riusciti a deviare il discorso raccontandoci serie tv di cui a nessuno fregava davvero qualcosa e cercando di immaginare entro quanti mesi Trump avrebbe scatenato una guerra atomica con la Cina, ma quella vecchia volpe ci aveva presi in contropiede raccontandoci una storia innocua su un articolo che aveva letto, e non si sa come era finito a sputare veleno su quella stronza di merda e a riproporci i soliti discorsi che oramai conoscevamo a memoria. Una volta Pino mi aveva suggerito di scrivere le frasi che sentivamo ripetere più spesso e tenerle in tasca, e mostrarle al nostro amico appena ne recitava una.

Cercammo di ricondurlo su un terreno meno sassoso, ma sapevamo che era inutile, quando partiva si fermava soltanto per sfinimento, suo o nostro. Allora andai in bagno.
Ma c’era la coda.
Come se servisse un bagno in una birreria in mezzo al nulla, pensai, e guadagnai l’uscita senza neanche indossare la giacca.
Lo sbalzo termico mi incrinò gli occhiali, e quando riuscii a trovare ciò che stavo cercando in mezzo alle gambe faceva troppo freddo per rilassare la vescica, contrattasi alle dimensioni di una biglia. Tentai di riattivare l’impianto con alcuni massaggi, ma l’immagine che davo di me stesso all’esterno mi fece desistere, e tornai sui miei passi.
Sulla porta incrociai Lorenzo, che si allontanava con la faccia da cospiratore.

“Dove vai?”, gli chiesi.
“A pisciare”, rispose lui, e si allontanò svelto.

(continua)

E dimmelo, dai, lo so che ci tieni