il pablog al festival della madeleine

Mizar stava seduta sul letto, la schiena appoggiata al muro. Indossava soltanto un maglione dal collo largo, che le scopriva una spalla. Aveva gambe lunghe e dritte, distese sopra il vecchio piumone a righe. Mi osservava compiaciuta, in attesa che mi occupassi di quei pochi indumenti che ancora non erano finiti sul pavimento.

Io non riuscivo a muovermi, stavo imbambolato a fissarmi l’immagine di lei in testa. Non l’avevo mai vista così bella come in quel momento, i lunghi riccioli sciolti sulle spalle, irradiava sensualità. Avrei voluto correre a prendere la macchina fotografica, ma qualunque gesto avessi compiuto avrebbe spezzato quell’istante di perfezione. Potevo solo stare lì e fissarla.
Era come se sapessi che quello era l’apice della nostra relazione e non si sarebbe ripetuto, e volessi imprimerlo nella memoria.

È andata così. Ho un cassetto pieno di ricordi bellissimi di lei, ma è solo quella la foto che conservo attaccata al muro.

Di poche persone trattengo ricordi così vividi, sono uno che scorda facilmente le facce, gli odori neanche li sento.
Una volta ho scambiato una ragazza che conoscevo pochissimo con una mia compagna di scuola che non vedevo da anni, solo perché stavamo sotto casa sua: ho visto un volto familiare, ho associato il posto e ho pensato che doveva essere lei. Non avevo più idea di che faccia avesse, neanche la più remota immagine, il colore dei capelli, niente. Rimossa. Quando ho finalmente incontrato la mia compagna mi si è riaperto il cassetto delle immagini che custodivo di lei, e mi sono domandato come avessi potuto commettere un errore così madornale, quelle due si somigliavano come un pinguino e un elicottero.
E ci ho fatto pure una figura di merda, perché erano amiche e la prima l’ha subito raccontato alla seconda.

Ho una pessima memoria che conserva ogni informazione in una stanza, e se non riesco a trovare la chiave non entro. Poi non è neanche detto che ci trovi tutto quello che mi serve, spesso la stanza è vuota, c’è un numero di telefono sul pavimento e nessun nome a cui associarlo, ma capita che una volta dentro ogni tassello vada a posto e scopra di sapere tutto quello che mi serve fin nei minimi particolari. Per questo mi affido tanto alle sensazioni, mi si mescola tutto in una nebbia calda, che offusca la realtà e mi fa vivere in un mondo slegato, dove ricordo benissimo la sua voce al telefono mentre sto tornando da lezione, ricordo dov’ero, cosa vedevo dal finestrino, e per niente il volto di lei. Tanto che potrei averla incontrata, i giorni scorsi, senza riconoscerla. Non sono immaturo, sono miope.

Tornare nella città di Mizar mi fa sempre sentire come il barbone sul marciapiede che si copre coi giornali, non mi scalda davvero, ma l’illusione del calore un po’ aiuta.
Mi sono ritrovato a gironzolare senza meta agganciando qualche ricordo, il negozio del cinese dove avevo comprato uno stupido quaderno con la Tour Eiffel in copertina e la scritta London (a cinè, una cosa dovevi fare), la libreria col libro sui cavalli famosi morti correndo (pare che esista una categoria apposita di scommesse che pagano un casino se il cavallo muore durante la gara, tipo uno a un milione e mezzo), l’angolo dove i ragazzini molesti ci avevano sfottuto perché compravamo dei preservativi invece di dedicarci come loro al sano trenino delle seghe, l’arco in mattoni, il portone che si affaccia sul suo giardino, la finestra della camera.
Non c’è più il suo nome sul campanello. Lo sapevo, altrimenti non ci sarei venuto, non mi piace passare per stalker.
E poi non è una ricerca, sto solo riascoltando un vecchio disco: arriverò all’ultima traccia (Mr. P.C.), e lo metterò via.

È il momento di tornare, ho un paio di dibattiti da seguire e le persone col programmino giallo del festival in mano mi spingono ad accelerare il passo.
So già che verrò via con l’impressione di una vita sfiorata, come se stessi fuori da una casa a guardare il me stesso appagato e felice che si gode il risultato di tutte le scelte dove io invece ho preso la via più facile. E piovesse pure.
Lo so, e forse quest’indugiare sui miei passi non è un tentativo di lucidare ricordi che si impolverano, ma qualcosa di più simile al rimpianto.
So anche che è un momento passeggero, ogni strada che prendi ti porta da qualche parte, e dappertutto trovi qualcosa di prezioso da metterti in tasca.

E poi quella ragazza in bicicletta che ho incrociato nella folla non poteva essere Mizar, lei è molto più carina.

E dimmelo, dai, lo so che ci tieni