Verdon (5/5)

Arrivammo nella via dove avevo lasciato la macchina. La vedevo parcheggiata là in fondo, la sua targa italiana spiccava fra le altre come un faro. Non ci avrebbero messo molto a identificarla, probabilmente era già stata segnalata, magari la polizia era già diretta sul posto, forse era proprio dietro l’angolo.
Mi feci più sotto i ragazzi vocianti, uno si voltò e mi diede un’occhiata, facendomi temere di essere riconosciuto, poi riprese a chiacchierare con gli amici. Rallentai, badando a non perderli di vista.

Costeggiando la cattedrale i tre giovani malvestiti si dirigevano verso un palazzo dall’altro lato della strada, che recava l’inequivocabile insegna della stazione di polizia. Possibile che fossi stato così stupido? Mi avevano riconosciuto quando si erano girati, e temendo di essere aggrediti mi avevano portato davanti alla stazione di polizia! Da un momento all’altro si sarebbero messi a correre e a strillare, e mi avrebbero fatto catturare!

Mi voltai e tornai in fretta sui miei passi. Presi ogni strada laterale per far perdere le mie tracce, finendo in un quartiere pieno di vicoli e scalette. Era il centro storico, le Panier. C’erano botteghe di arte, di cianfrusaglie, baretti affollati, gente per strada. Senza volere ero capitato proprio nel mezzo di quel che stavo cercando. Puntai un locale dove gli avventori sedevano all’aperto, e cercai lì intorno.
Non mi sbagliavo, a pochi passi dall’entrata un tizio mi si accostò mormorando qualcosa.

“Non capisco”, gli risposi in italiano.
“Vuoi fumo, amico italiano?”, ripetè nella mia lingua. Ecco fatto.
“Non mi serve fumo, ma forse puoi aiutarmi. Voglio documenti, capisci? Papiers. Posso pagarti”.

Spalancò gli occhi. “Non so, non capisco!”, esclamò allontanandosi. Cos’aveva capito? Che ero uno sbirro? Qualcuno si voltò a guardarmi, sperai che la mia faccia non fosse già finita nei telegiornali.
Lo spacciatore mi fece cenno di seguirlo da qualche metro, e si allontanò dalla folla. Gli andai dietro fino a un portone.

“Ti conosco, sei il mostro del Verdon”, mi disse.
“Mostro? Io non sono un mostro!”
“Il ragazzo italiano ha detto in televisione che hai ammazzato i suoi amici, la polizia ti cerca.”
“Ma non è vero! Io non ho ucciso nessuno, è stato Patrick De Pagaion!”
“Ma chi? Il campione di canoa? Seeh!”
“Te lo giuro! E’ stato De Pagaion! Voleva impadronirsi del segreto del Manovròn, una tecnica mistica tramandata di padre in figlio da una famiglia di genovesi! Quel ragazzo italiano che hai visto in televisione è l’ultimo depositario di quel segreto!”

Rise.

“Voi italiani! Telefonino, occhiali da sole e dite sempre cazzate!”
Come cambiano i tempi, una volta mi avrebbe detto pizza e mandolino.
“Io non ce l’ho il telefonino, l’ho tirato dentro una Polo in autostrada!”

Rise più forte.

“Sei incredibile! Ma dove le trovi! Dovresti lavorare in televisione! Perché non vai a lavorare in televisione?”
“Ci sono già in televisione, è per questo che mi servono dei documenti! Allora, mi puoi aiutare o no?”
Gli lacrimavano gli occhi dal ridere, tanto che tirò fuori un fazzoletto tutto sporco e si asciugò la faccia. Quando si fu un po’ calmato gli ripetei la domanda.

“Si, conosco qualcuno che potrà aiutarti, ma è molto caro”.
“Posso pagare.”
“Certo, ho sentito, hai lasciato un debito al campeggio!”

Quel tizio stava cominciando a darmi sui nervi. Forse potevo rivolgermi a qualcun altro, non sarà mica stato l’unico spacciatore della zona, no? Avrei potuto andarmene, cercare un bar, ordinare un caffè, usare il bagno, prendere in presto l’elenco telefonico e cercare alla voce “spacciatori”, o “falsari”.
No, pensandoci bene era un piano irrealizzabile. Il caffè francese è una tale porcheria, non avrei mai avuto il coraggio di ordinarne uno. E poi anche se fossi riuscito a farmi dare l’elenco del telefono sarei stato da capo, non sapevo come si dice “spacciatore” in francese.

“Senti, come si dice spacciatore in francese?”
“Trafiquant, perché?”
“E falsario?”
“Stai cercando di mollarmi, eh? Vuoi andare al bar, farti dare un elenco e cercare un altro spacciatore meno spiritoso, vero?”
“No, no, era solo per curiosità, giuro!”
“Non mi freghi italiano, sapessi quanti ne ho incontrati di furbi come te. Gente che ammazza i compagni di gita e poi viene a cercarmi per farsi indicare un buon falsario che permetta loro di cambiare identità, e quando vedono che faccio lo spiritoso mi mollano per cercare delinquenti più taciturni. Ormai vi riconosco a naso!”

Non c’era niente da fare, mi aveva scoperto. Decisi di non rischiare di compromettermi di più, e lo lasciai a lamentarsi di quanto sono disonesti gli italiani, che gli dicono di passare domenica che gli comprano una dose e poi la domenica lui va e trova la casa vuota col cane in giardino che gli ringhia.

Entrai nel bar affollato lì di fronte.
Il barista mi squadrò con un’occhiataccia.

“Sei italiano?”
“No, ungherese”, abbozzai.
“Non fare lo stronzo, quelle sono Superga”, disse indicandomi le scarpe.
“Sono false, le ho comprate in Ungheria.”
“Se sei ungherese preparami un gulash.”, ribattè incrociando le braccia, in attesa della mia mossa.

Gli avventori del locale tacevano, osservandomi. Si erano spostati verso le pareti, lasciandomi molta libertà di movimento.
Il barista era in piedi davanti a me, le braccia incrociate sul petto, lo sguardo sarcastico di chi sa di avermi in pugno. Non bisogna mai sottovalutare un barista francese, è scritto su ogni guida turistica. Alla minima disattenzione ti vende una bottiglietta di Perrier, e il tuo conto in banca è azzerato. I più pericolosi la accompagnano con un tortino alle erbe decorato con la vinaigrette. Non potevo mostrargli la mia insicurezza, mi avrebbe fatto a brandelli. Sorrisi col mio sorriso più sfrontato, e il gesto lo confuse.
Misi una mano in tasca e tirai fuori un bottiglino.

“Attenti!”, gridò qualcuno fra gli avventori, “Ha della paprika!”
Ora il barista non era più così spavaldo, gocce di sudore gli scivolavano dalla fronte. Sapeva che un mio gesto improvviso poteva mettere a repentaglio l’incolumità sua e dei suoi clienti.

In realtà non era paprika, era un barattolino di marmellata che avevo preso al campeggio, ma tenendo una mano sull’etichetta contavo di reggere il mio bluff fino a permettermi di uscire da quella situazione spinosa.

Tenendolo bene sollevato domandai al barista di passarmi l’elenco del telefono.

“Non si può, devi prima ordinare un caffè”.

Era tosto l’amico.

“E se uso il bagno?”
“Anche. Prendi il caffè e ti do la chiave.”
“Se porto l’elenco in bagno devo ordinare lo stesso il caffè?”
“Beh.. tecnicamente..”
“Se mi dai la chiave posso consultare l’elenco?”
“Cosa c’entra la chiave con l’elenco?”
“Per il caffè non serve la chiave del bagno, giusto?”
“No, che domande..”
“Allora facciamo così, tu mi porti il caffè in bagno, e io intanto consulto l’elenco del telefono qui”

Il barista sembrava convinto, riempì una tazza da minestrone di quella broda nera e si avviò verso la toilette. Con un balzo afferrai l’elenco del telefono e cercai sotto “Trafiquantes”
Ce n’erano tre. Chiesi a un tizio coi baffetti quale fosse il più vicino, e mi indicò la strada. Disegnò anche una piantina sul tovagliolo, ma prendendolo commisi l’errore di lasciar andare il barattolo di marmellata.

“Ehi, ma quella non è paprika!”, si mise a gridare baffetto, “Tu non sei ungherese!”
“Lo riconosco!”, esclamò un altro, “è il mostro del Verdon!”

In un momento mi furono tutti addosso. Mi riempirono di calci, sputi, il barista mi infilò in tasca una baguette al camembert e cetriolo e corse a battere lo scontrino.
Pochi minuti dopo arrivò la polizia. La mia avventura era terminata.

Ora sono chiuso in una cella di massima sicurezza del carcere delle Baumettes, mi hanno dato trent’anni senza estradizione. Esco un’ora al giorno per fare il giro del cortile, non parlo con nessuno, mi odiano tutti, qui gli insolventi ai campeggi sono visti peggio dei pedofili. Il secondino è l’unico che mi mostra un po’ di gentilezza, ogni tanto mi offre una sigaretta, ma è perché sa che non fumo, e comunque prima di passarmela attraverso le sbarre la spiegazza tutta.

Di Alessandro non ho saputo più niente, qualcuno alla mensa ha accennato di una sua partecipazione a un reality show su una rete italiana, del suo fidanzamento con una velina, ma sono chiacchiere da cortile, prive di fondamento. Non che mi interessi, per come sono messo neanche il manovròn potrebbe aiutarmi, sempre che esista poi. Nella solitudine della mia cella ho molto tempo per ripensare a quel che è successo, e certe volte mi sale il dubbio che si sia trattato di una colossale montatura. Gli omicidi no, quelli sono veri, qualcuno ha ammazzato Gabriele e Stefano, forse è stato Alessandro, forse Patrick De Pagaion, ma chiunque sia stato lo ha fatto davvero, e ha fatto cadere la colpa di tutto su di me. Sono innocente, sto pagando le colpe di un altro.

No, sono colpevole, li ho ammazzati io, e sono scappato senza pagare il campeggio. Ho anche fregato la macchina di Alessandro, i suoi soldi, volevo cambiare identità, non avevo futuro, e quei ragazzi mi hanno fornito l’occasione perfetta. Ce l’avevo quasi fatta, mi hanno beccato.

Ma che sto pensando? Colpevole di cosa? Questa cella mi sta facendo diventare pazzo.

Da qualche giorno viene a trovarmi un uomo, dice di essere uno scrittore di romanzi noir, vuole convincermi a pubblicare la mia disavventura in un libro, secondo lui sarà un successo.
Non so se credergli, ma credo che finirò per accettare, non ho niente da perdere, e mettere sulla carta i miei pensieri mi aiuterà a riordinarli, e a capire cosa diavolo è successo in quella gola maledetta.

Comunque sia andata, chiunque si sia macchiato del sangue di quei due poveretti, fra trent’anni uscirò. È questo pensiero a darmi coraggio, uscirò e potrò tornare a quell’agenzia di viaggi, ritrovare quella ragazza col naso a punta e il bel sorriso, e quando l’avrò di fronte la guarderò nei suoi begli occhi e le chiederò:

“E’ ancora disponibile quella vacanza a Zanzibar con la single quarantenne?”

One Comment

E dimmelo, dai, lo so che ci tieni

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.