Verdon (3/5)

Senza che gli chiedessi niente, e prima ancora di essermi del tutto ripreso dal pericolo appena corso, venni a conoscenza del terribile segreto che la famiglia di Alessandro custodiva da generazioni, il Manovròn. Una cosa, a suo dire, che poteva risolverti ogni problema, anche il più complicato.
“Cioè, la mia ragazza mi pianta perché mi vedo con una che neanche ci sta e basta che mi metto a pagaiare e me le faccio tutte e due, o perlomeno una?”. Gli risi in faccia.
“Non è un gesto, un’azione, una pagaiata, come i più ciechi potrebbero pensare, il Manovròn è una formula, applicabile a ogni problema ti si presenti davanti nel corso della tua vita!”
“Cioè ho appena assistito ad una specie di incantesimo?”
“Per usare un termine comprensibile a delle menti ristrette e traviate da quello stronzo di Harry Potter, si, una specie. E dei più pericolosi, per giunta. Non l’ho mai mostrato a nessuno, ma qui era in ballo la nostra vita, sono stato costretto a fidarmi di te. Ti prego, non tradire la mia fiducia, il Manovròn ha un potere che farebbe gola a molti, e per questo deve rimanere segreto”.
Mi guardai intorno in silenzio, poi guardai di nuovo l’espressione severa di Alle.
“Stefano, facciamo cambio di equipaggio?”, gridai saltando giù dall’imbarcazione.

Il resto della maratona proseguì senza incidenti, disturbato solo dalla risata stridula di Gabri, ogni volta che il suo compagno di canoa si addormentava facendoli ruotare su sé stessi.
Alla fine della discesa fummo sorpresi da un violento temporale, che ci impose una lunga sosta sotto gli alberi, in attesa del pulmino che avrebbe dovuto riportarci al campo base, e alle nostre macchine.
Veniva giù un’acqua che a confronto il monsone indiano sono due gocce, tuonava da fare paura, e sotto gli alberi ci si sentiva molto bagnati e molto poco al sicuro.
“Metti che picchia un fulmine e ci prende tutti”, diceva Gabriele per infonderci coraggio. Stefano lo colpì con un ciocco bagnato.
Alessandro, in un angolo, mormorava qualcosa, facendo strani gesti con le mani. Pensai che fosse un tentativo di applicare il Manovròn agli agenti atmosferici, e mi allontanai spaventato.
Dopo un’ora di campeggio fantozziano Patrick De Pagaion venne ad avvisarci che il nostro trasporto era arrivato. Era il pulmino di prima, che nel frattempo doveva avere avuto un paio di incidenti, di cui almeno uno molto grave.
Un coro di preghiere si levò, quando ci rendemmo conto a cosa stavamo affidando le nostre vite, ma soprattutto a chi.
Era il rasta di prima, a torso nudo nonostante la temperatura prossima allo zero, con gli occhiali da sole e uno spinellone gigante piantato in bocca. Patrick ci fece salire a bordo minacciandoci con un pagaion, poi disse qualcosa all’autista che gli mostrò il suo dito medio e partì sgommando.
Tutta la strada da lì fino al campo base venne percorsa in un tempo che avrebbe acceso l’invidia di Colin McRae, su due ruote alla volta, per risparmiare sui copertoni.
Ma arrivammo tutti vivi, bisogna ammettere che il rasta fumato sapeva il fatto suo.
O forse, come mi suggerì Alessandro passandomi accanto, fu tutto merito del Manovròn.
Per ex voto decidemmo di andare a cena fuori, una bella mangiata di quelle cose tipiche della Provenza, in un tipico paesino, magari a una sagra locale. L’idea arrivava naturalmente da Gabriele, il più ludico della compagnia, quello che voleva sempre provare tutto, vedere tutto, assaggiare tutto, anche la roba scaduta. Mentre caricavamo i nostri corpi spossati sui sedili dell’auto ci corse incontro ululando, con un foglietto in mano.

“Ha preso una multa”, dissi io, piuttosto esperto del settore.
“Io non la pago”, ribatté Stefano, esperto di prescrizioni.
“Ho fame”, concluse Alessandro.

Era un manifestino di un concerto, che nel nostro francese stentato traducemmo più o meno con:

QUESTA SERA
ORE 22.00
MOUSTIERS ST. MARIE
FESTA PATRONALE (o FETTA PATERNALE, ma ci sembrava meno probabile)
CONCERTO SKA REGGAE CON
LE NEGRE VERDI (o qualcosa del genere)

“Ska reggae? È provenzale?”
“Cantano in francese..”
“Io ho fame!”

Due ore dopo eravamo già in giro per le vie di Moustiers St.Marie, un paese così piccolo, così tirato a lucido e soprattutto così illuminato schifosamente ad arte da sembrare un presepe. Gabriele propose di fermarsi ad aspettare la neve finta, ma Alessandro aveva già puntato un ristorante che proponeva il tipico menù provenzale.

Ma cosa si mangia in Provenza?
Tirammo giù un elenco delle cose a nostro dire tipiche di quella regione della Francia:

la lavanda
i caselli in autostrada
le mucche

“Come le mucche?”
“Le mucche. Io ho visto le mucche.”
“Sarà..”

Entrammo nel ristorante pronti a mangiare carne di mucca alla lavanda, e a pagarla ogni dieci bocconi buttando soldi nel cestino del pane.
La lista delle portate era differente, qualcuno scelse l’insalata del terrore,

“ma no, terruàr vuol dire contadino!”
“meno male, non avevo voglia di mangiare visceri umani.”

qualcuno ripiegò su una più rassicurante bistecca ai ferri, io infransi un tabù che mi portavo dietro dall’infanzia, e ordinai le lumache.
Alessandro era seduto vicino a me, sul lato del corridoio, e stava facendo gli occhi a girandola.
Pensai che fosse un altro dei suoi strani atteggiamenti, ma poi mi resi conto della ragazza seduta al tavolo accanto, proprio davanti a lui, e di colpo smisi di masticare, mostrando a tutti gli avventori il contenuto della mia bocca spalancata.
Dire che fosse bella è poco, perché non era soltanto bella, era provocante, ma anche provocante non rende l’idea.
Era la vista del rifugio dopo tre ore che ti arrampichi sotto il sole, con lo zaino pieno di sassi sulle spalle, il Succubo che arriva a tormentare le notti dell’uomo di Dio, la prova d’esame alla Scuola di Eccitanti. Ogni volta che metteva in bocca la forchetta trovavamo più difficile restare seduti, ogni spermatozoo nei nostri corpi era sveglio e vigile, e spintonava, e ci gridava “Riproduciti! Riproduciti puttana miseria!”.
Indossava una maglietta rossa con una generosa scollatura, che non si preoccupava di celare la generosità sottostante, e quando a un tratto si chinò a raccogliere il tovagliolo, da qualche parte qualcuno ululò.
Alessandro tremava, non credeva possibile che esistessero cose simili. Io mi chinai come aveva fatto lei, per raccogliere gli occhi rotolati sotto il tavolo, e già che c’ero per cambiare posizione, che restare seduto composto era ormai divenuto impossibile.
Non mangiammo altro, Stefano e Gabriele erano di spalle, e anche se si rendevano conto che dietro di loro sedeva l’incarnazione di tutte le pippe del mondo non si voltarono mai, per non essere troppo sfacciati. Io stavo già oltre, mi chiedevo se potesse essere troppo sfacciato saltarle addosso e strapparle i vestiti a morsi.
Poi si alzò, e fu come se si portasse via una parte di noi. Una a caso.
Pensai alle api che pungono e, cercando di volare via, si strappano il pungiglione e muoiono. Mi sentivo strappare via il mio pungiglione, e senza neanche averlo piantato da nessuna parte, che tormento! Guardai andare via la ragazza incapace di parlare, anche solo di voltarmi ad osservare la reazione di Alessandro, ma lo vidi passarmi davanti che la ragazza non era neanche ancora sulla porta del ristorante, aveva gli occhi sbarrati e le mani protese verso di lei.
La seguì fuori del locale, e in quel momento ritrovai le mie facoltà.
Gli altri due aspettavano che facessi lo stesso, o perlomeno che mi mettessi a piangere.
Suggerii invece di andargli dietro, non sapevamo come poteva comportarsi, e l’accompagnatore di lei sembrava piuttosto solido.

“Io devo ancora finire, vacci tu che hai già il piatto vuoto.”
“Il dolce non lo vuole nessuno?”

Dopo il dolce fu la volta del caffè, e poi vuoi rinunciare all’ammazzacaffè?
Dividemmo il conto in quattro, e Gabriele pagò la quota di Alessandro.
“Troviamolo. Lo voglio vivo”, disse.

Fuori dal ristorante non c’era traccia di lui, né delle sue ossa frantumate, segno che la colluttazione col ragazzo massiccio che accompagnava la sirena non doveva esserci stata. Le persone camminavano tranquille, nessuno correva a sedare risse, e non si sentivano rumori allarmanti, solo una musica lontana. Eravamo ancora in tempo per salvarlo.
Seguimmo le note e il flusso della gente fino a una piazza in cui era stato montato un piccolo palco, con grossi amplificatori ai lati. Una rudimentale macchina del fumo generava una nebbia talmente fitta da rendere impossibile capire se ci fosse effettivamente qualcuno a suonare, ma dal casino che facevano dovevano essere almeno in dodici.
Sotto il palco ballavano tutti, giovani, meno giovani, una vecchietta sull’ottantina, un cane nero senza collare, Alessandro non era lì.

“Alessandro non è qui”, dissi a nessuno, i miei due soci erano spariti nella nebbia. Si alzava minacciosa e rapida come il prezzo della benzina, e presto ci avvolse tutti quanti. Mi aspettavo di veder apparire un galeone fantasma, Jack lo Squartatore, il mostro di Lochness..
Apparve Alessandro.

“Dove sei stato?”
“Dove sono gli altri?”
“Dove sei stato? Dov’è lei? Che hai fatto?”

Ripetè il gesto misterioso e sorrise. Capii tutto. Il bastardon sosteneva di essere riuscito a infrattarsi con la sirena, grazie al segreto potere del Manovròn. Gli risi in faccia, gli dissi che era un povero illuso, che se si fosse avvicinato a meno di due metri da lei il suo ragazzo l’avrebbe macinato, e lui continuò a sorridere e a fare strani gesti. Mi chiese ancora dove fossero gli altri, e li seguì scomparendo nella nebbia.
E dire che all’inizio mi era sembrato il più innocuo del gruppo, in pochi giorni si era rivelato possedere una bomba chimica nelle scarpe, una mente da codice penale e una capacità di cadere addormentato distorta e potenzialmente omicida.
Decisi che per il resto della vacanza mi sarei tenuto distante da lui il più possibile.
Naturalmente non fu possibile.

Saranno passati si e no dieci minuti, il gruppo di straordinari musicisti aveva deliziato il suo pubblico con un paio di canzoni praticamente identiche, simpatico attacco reggae, ritornello micidiale con ritmi raddoppiati e chitarre distorte, quello che i più esperti definiscono ska core; se mi avessero sfregato violentemente i testicoli su una grattugia da parmigiano avrei provato sensazioni più interessanti. Sull’assolo di tromba più afono del mondo qualche melomane decise di essere stato stuprato a sufficienza, e mandò in corto l’impianto elettrico, provocando una fiammata da un riflettore che cancellò il parrucchiere dalla lista delle priorità del cantante. Tutte le lampadine esplosero in un simpaticissimo effetto popcorn, gli amplificatori emisero uno squassante grido di dolore e spirarono, la macchina del fumo si spense, ma non ci fu nessun cambiamento evidente, se non che quello che adesso ricopriva palco e spettatori faceva bruciare gli occhi e puzzava molto più del precedente.
I miei amici emersero dalla nebbia tossendo e ridendo, mi dissero andiamo andiamo e mi trascinarono alla macchina.
Seppi più tardi che l’artefice di tutto era stato Stefano.
“Suonavano di merda!” fu la giustificazione, approvata all’unanimità. Nessuno fece parola con Alessandro della sua sparizione appresso alla ragazza popputa, la storia delle sue conquiste in terra straniera non se l’era bevuta nessuno.

La mattina seguente un urlo mi strappò ai dolci sogni in cui con un semplice gesto riuscivo a convincere l’assistente di Patrick De Pagaion a mostrarmi la paperella.
Saltai fuori dalla tenda, e capii che quel giorno in agenzia avrei dovuto scegliere la quarantenne di Zanzibar.
Gabriele giaceva davanti alla tenda, con le gambe all’interno e tutta quella roba che di solito dovrebbe stare dentro una gola, all’esterno. Qualcuno lo aveva sgozzato nella notte.
Pensai subito ai vicini tedeschi, ma non vidi scarponi intorno.
Alessandro! Forse Gabriele gli aveva fatto un accenno al manovròn e quello lo aveva ammazzato per proteggere il segreto di famiglia!
Non era nella tenda, probabilmente si era reso conto di ciò che aveva fatto ed era fuggito con la macchina di Gabri. Cazzo, eravamo anche bloccati lì!
“Cazzo, adesso dobbiamo dividere il conto soltanto in due!”, esclamò Stefano quando si rese conto dello stato delle cose.
Corremmo fino al parcheggio e trovammo Alessandro seduto in macchina al posto di guida.
Si era addormentato appena aveva messo in moto.
“Femmine!”, gli gridai svegliandolo, di soprassalto ed eccitato.
“Alle, hai ammazzato Gabriele!”, gli dissi sconvolto.
“No, non l’ho ammazzato io!”
“Ah, va bene. Andiamo a fare colazione?”

(continua)

E dimmelo, dai, lo so che ci tieni

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