Verdon (2/5)

Era il momento di montare la tenda, dividere il gruppo in due, e scegliermi un compagno per la notte che non cercasse di attentare alla mia intimità posteriore. Quest’ultimo timore era andato affievolendosi, conoscendo i ragazzi non li facevo più dei pervertiti, un po’ deragliati e stronzi si, ma secondo natura. Lasciai che a decidere fosse il caso, e mi trovai in tenda con Stefano.
Gabriele e Alessandro montarono in un attimo un prodigio, perfetta sotto ogni aspetto, angoli squadrati, verandina tesa come il panno verde del biliardo, doppi servizi, mansarda, dava un’impressione di solidità addirittura fastidiosa.
La nostra era più.. non so se squallida renda l’idea. La tenda di Stefano era piccola, storta, i picchetti non c’erano o se c’erano avrebbero fatto più bella figura a non esserci, per quanto erano malconci. La copertura esterna era soltanto appoggiata, e donava a tutta la struttura una precarietà che ricordava le favelas brasiliane. Completava il tutto la scelta tattica del posto, sopra una grossa radice, contro un rubinetto, dove ogni dieci minuti qualcuno veniva a lavare pentole, vestiti, bambini e cani.
Avremmo stonato anche in mezzo a Ground Zero, ma vicino alla tenda di Gabriele eravamo proprio la vergogna del campeggio. Non mi sarei certo lamentato, sono sempre stato uno che si adatta, e attualmente quella tenda era tutto ciò che potevo chiamare casa, lì come altrove. Proposi ai miei compagni di celebrare l’arrivo con un salto al lago, la spiaggia era proprio al di là della strada.
Non mi sentirono, la strada era proprio al di là della tenda, e con quel viavai di macchine non potevi neanche sentirti pensare, e ad aprire troppo la bocca te la ritrovavi piena di terra.

Cinque minuti dopo eravamo tutti stesi a prenderci gli ultimi scampoli di sole, sulla spiaggia più rachitica che avessi mai visto, ma stanchi come eravamo ci sembrava i Caraibi.
Davanti a noi, in mezzo al lago, un isolotto molto invitante ci occludeva la vista dell’altra sponda.
Gabriele, che aveva uno spirito intraprendente, o forse era solo più stronzo degli altri, mi lanciò la proposta:

“Perché non ci andiamo a nuoto? Saranno duecento metri, non di più”.
“E se mi morde uno squalo?”
“Non ci sono squali nei laghi”
“E se mi morde una tinca?”
“Cos’hai da perdere? Non hai detto che tutto quello che possiedi è nella borsa che hai in tenda?”

Aveva ragione, l’avevo detto, più o meno dopo che avevamo seminato la Polo targata Roma, ma non mi era sembrato che qualcuno mi avesse dato ascolto.

“Vorrei poterla rivedere, quella borsa.”

Però l’idea mi tentava, mi buttai in acqua e cominciai ad allontanarmi dalla riva con poderose bracciate. Gabriele mi seguiva a fatica, fermandosi ogni due o tre a prendere fiato. Non aveva il mio allenamento, il pivello.
In pochi minuti raggiunsi l’isolotto e mi sedetti ad aspettare il mio compagno, ostentando tutta la sfrontatezza di cui ero capace.
Cinque minuti dopo Gabriele approdò sulla spiaggia, e dovette sbracciarsi per avvisare quelli dall’altra parte che mi venissero a recuperare, ero svenuto.
Non fu il momento più elevato della vacanza, ma neanche il più basso, come scoprii l’indomani, quando risalimmo il canyon fino a Castellane. Avevamo saputo che delle agenzie del luogo organizzavano “avventurose discese fra le rapide del Verdon”, e non ci sembrava vero poterci confrontare con un’impresa no limits da pubblicità degli orologi.

Un losco organizzatore di divertimenti acquatici ci convinse a comprare un pacchetto comprendente discesa guidata in canoa del Verdon e trasbordo alla base, sita nei pressi. Non avevamo la minima idea di come si governasse una canoa, in quattro possedevamo l’esperienza sportiva di un focomelico, io ero quasi morto neanche ventiquattro ore prima, ma il gestore dell’agenzia era un buon venditore, o forse nessuno sapeva abbastanza bene il francese da ribattergli di non rompere le palle, fatto sta che ci ritrovammo di lì a due ore su un prato, in mezzo a dei rasta muscolosi e cannaioli che ci buttavano in mano delle mute da sub sgangherate, giubbetti di salvataggio che dovevano avere visto tempi migliori e caschetti certamente rubati in qualche cantiere. La nostra guida si rivelò essere un ometto tozzo, con una pancia che non lo classificava fra gli atleti della nazionale francese di canoa, piuttosto fra i partecipanti di una gita premio Weight Watchers. Gabriele propose di risalire in macchina e scappare, Stefano, ben più attaccato al denaro, lo indusse alla ragione a schiaffi. Alessandro non parlava già da un po’, osservava l’assistente del panzone, una ragazza magrina, che poco più in là indossava la muta sopra un fisico troppo proporzionato perché nessuno la notasse. Guardandomi in giro mi resi conto che l’avevano notata tutti, tranne Gabriele che continuava a lamentarsi.

La guida, che non parlava l’italiano, e quindi ci aveva presi per dei cecoslovacchi, ci spiegò a gesti che avremmo dovuto salire sul pulmino, che era quella cosa scassata laggiù in fondo che tutti avevamo preso per un cassonetto. Era un vecchio fiat 900 con le portiere aperte, non per far prima, ma perché proprio non si chiudevano. Le gomme non erano neanche più lisce, vertevano decisamente sul trasparente, i fari se li dovevano essere venduti da qualche mese, e adesso due orbite buie sfoggiavano il marroncino elegante della ruggine antica. Gabriele riprese a dire “raga, andiamocene!”, ma ormai era tardi, i rasta fumati ci avevano circondati, e non avevano l’aria di volerci lasciare liberi tanto facilmente. Avevano trovato le loro vittime, adesso si sarebbero divertiti.
Salimmo a bordo e fra preghiere, gemiti e qualche bestemmia sussurrata, la guida cicciona ci menò sani e salvi al torrente. Non era per niente confortante, avevamo percorso duecento metri su un rettilineo, ed eravamo riusciti a fare il pelo a due macchine che venivano in senso opposto.

Sul fiume c’era pieno di gente, canoisti come noi, gente col gommone da rafting, altri a nuoto, sembrava di essere in coda per il traghetto verso la Sardegna. Ora cominciava la vera difficoltà, nessuno di noi sapeva come tenere una pagaia in mano, le istruzioni del nostro accompagnatore si limitavano ad un “così vai, così no, se pagai di qua vai a sinistra, di qua a destra”. Ci sentivamo tutti alla vigilia di una tragedia.
Stefano e Gabriele occuparono la prima canoa, io e Alessandro la seconda, completavano il gruppo una coppia di italiani maldestri, degli olandesi con la paperella, la guida cicciona e la sua giovane e prosperosa assistente.
Una volta in acqua Alessandro vide la guida indossare il caschetto e salire sul suo monoposto segnato dalle infinite battaglie, e all’improvviso lo riconobbe.
“Cazzo, lo sai chi è quello??”
“La guida più grassa del mondo.. anche se a vederlo sulla canoa non sembra neanche tanto ciccione..”
“Quello è Patrick De Pagaion! Il campione universale di canoa!”
“Quello? Ma piantala!”. Non mi intendevo assolutamente di campioni di canoa, ma se quello era De Pagaion io ero Braccobaldo Bau.
“E’ lui ti dico! Vestito da beone estivo non l’avevo riconosciuto, ma adesso ne sono sicuro!”
Come se ci avesse sentito il pingue atleta partì a razzo fino al centro del torrente, quindi si voltò con una piroetta e ci fece segno di seguirlo. Stava proprio nel mezzo di una forte corrente, come se fosse seduto sul divano di casa sua, mentre noi facevamo il possibile per non speronarci uno con l’altro. Non sapevo se fosse davvero il leggendario De Pagaion, ma certamente in acqua ci sapeva fare.

Partimmo in fila indiana, Alessandro estasiato dalle manovre della guida, Stefano e Gabriele in un pericoloso zig zag che disturbava tutti gli equipaggi presenti in quel tratto di torrente, gli olandesi già annegati.
La discesa era meno peggio di quanto sembrasse, e non ci procurò grosse difficoltà. Non avevo tenuto conto, però, della tremenda narcolessia di Alessandro. All’improvviso, forse cullato dalla corrente, forse perché aveva passato tutta la notte a parlare, che alla fine i vicini di tenda tedeschi gli avevano gridato qualcosa di incomprensibile accompagnato da uno scarpone fin troppo eloquente, crollò addormentato, lasciando mezza canoa senza controllo. E proprio in vista di un passaggio veloce, in mezzo a scogli affilati come la lingua di mia sorella quando le presento una fidanzata. Sentivo l’orologio della mia vita ticchettare gli ultimi secondi, e mi trovai a chiedermi se non avessi fatto meglio ad andare a lavorare e ricomprarmi tutto l’arredamento. Va bene mollare tutto e andarsene, ma non intendevo all’altro mondo, porco giuda!
“Alessandro, svegliati cazzo! Siamo morti!”
Niente, lo stronzo dormiva quello che con tutta probabilità sarebbe stato il suo sonno eterno. Beato lui, io invece ero sveglio e avrei dovuto godermi tutti i particolari del trapasso di entrambi, che immaginavo parecchio dolorosi. E bagnati, e non erano neanche passate tre ore dai pasti! Se mi veniva una congestione?
“Se almeno avessi una copia di qualche rivista femminile da leggere, piomberei in catalessi in un paio di secondi e finirebbe tutto senza dolore!”, esclamai, e avvenne il miracolo. Alessandro si tirò su di colpo gridando “Femmine! Dove!”, e si rese conto della situazione.
“Opporcapaletta!”
“Si, siamo morti.”
“Aspetta, fai come faccio io!”, mi gridò, e si mise a compiere uno strano movimento con la sua pagaia, una cosa che non capii bene, di una semplicità estrema, ma nello stesso tempo complicatissima. Stupito abbozzai un gesto simile, certo di non poter mai ripetere una cosa così complessa, e mentre ero lì che mi preparavo all’urto con le rocce, incredibilmente il movimento di pagaia uscì naturale dalle mie mani, e la canoa riprese il controllo, superò l’ostacolo e scese dolcemente nell’acqua più tranquilla.
Alessandro si voltò e mi squadrò severo: “Non dire a nessuno quello che hai visto!”
Io non avevo la minima idea di cosa fosse successo, e anche la frase perentoria di Alessandro mi lasciò parecchio confuso.
“Scusa, cos’è successo?”
“Ti ho detto di non parlane più, basta!”
“Ma di cosa?”, cascavo proprio dalle nuvole.
“E va bene, hai vinto, ti racconterò tutto.”

(continua)

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E dimmelo, dai, lo so che ci tieni

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