Verdon (1/5)

Partire. Mollare tutto e via, ultimamente il pensiero mi aveva girato per la testa a lungo, ma solo come una sensazione lieve, un rumore di fondo costante, al quale dopo un po’ non fai più caso. E così era stato, avevo finito per abituarmi a considerarlo un passatempo, mi ci baloccavo durante le giornate, mentre mi dibattevo fra i ritmi ossessivi del lavoro in ufficio e il caos della città intorno. Come l’uscita di sicurezza nei grandi magazzini, sai che c’è, la vedi tutti i giorni, e anche se nessuno la userà mai ti dà sollievo. È ben per quello che si chiama “di sicurezza”.
Io ogni tanto buttavo un occhio su questa via di fuga dalla realtà, quando questa diventava troppo pesante da sopportare. Dentro me sapevo che non sarei mai uscito di lì, la porta principale non ha allarmi che suonano, ma se un giorno avessi dovuto servirmene sapevo dov’era, e come si apriva: erano anni che ne studiavo la serratura.

Ci avevo fatto l’abitudine a quella vita, anche se non la sentivo mia, facevo finta di niente, ma non me l’ero scordato che ciò che volevo era qualcos’altro, che non aveva niente a che vedere con quella vita da prigioniero del consumismo. Non li avevo scordati lo studente che occupava l’istituto, il militare che si era fatto un mese di più per non essersi assoggettato alle regole della caserma, l’indisciplinato, l’anticonformista a tutti i costi, le avevo sempre rifiutate le loro regole, imposte da una società in cui non mi riconoscevo. E adesso cos’era accaduto? Come mi ero trasformato in quel personaggio finto, che vive fra l’ufficio e il monolocale, quella specie di Dilbert che abbassa la testa di fronte alle comodità di uno stipendio fisso? Mi ero messo il guinzaglio da solo, e seppure fingessi di non esserne responsabile, che mi piacesse addirittura, stavo tradendo un ideale, e sotto sotto ci stavo male. Avevo un sogno ricorrente: ero morto, in attesa di che si scegliesse la mia meta eterna, e mi trovavo a essere giudicato da un tribunale di fricchettoni, in zaino e treccine, e capivo che la sentenza sarebbe stata severa.

La sera che mi svuotarono l’appartamento fu proprio al culmine di un periodo nero. La ragazza che frequentavo mi aveva piantato dopo aver scoperto che ci provavo con un’altra, quella con cui ci provavo mi voleva solo come amico e ancora meglio come amico che non la cercasse mai, al lavoro andavo sempre più malvolentieri, e i risultati si vedevano, tanto che il direttore in persona mi aveva ripreso più di una volta.
Mi resi conto che qualcosa non andava già dalle scale, al posto della mia porta d’ingresso c’era un grosso occhio nero rettangolare. Non era così quando me n’ero andato, la mattina.
Dentro era un macello, tutti i cassetti aperti, ogni oggetto di valore, seppur modesto, era stato portato via, la televisione, lo stereo, l’intera collezione di compact disc e film, il microonde, il frigo. Ma come accidenti avevano fatto a portarsi via il frigo? Il divano e le poltrone, ma com’erano venuti, col furgone dei traslochi?
In quel momento entrò la vicina cicciona, credo si chiami Loprevite, Lopresbite, per me è sempre stata la Vicina Cicciona che incontravo sulle scale, quella che non si faceva mai i fatti suoi:
“Signor Pablo, ha ricevuto una lettera da sua madre!”, mi frugava nella cassetta della posta, “Signor Pablo, ho detto alla sua ragazza che è andato da quella signorina con l’accento lombardo”, raccontava di me alle persone sbagliate, “Signor Pablo, sono venuti gli operai dei traslochi, ma siccome non avevano le chiavi hanno dovuto smontare la porta”, ma la cosa peggiore, era completamente cretina!

Ero seduto per terra, a guardare l’angolo vuoto dove una volta stava il mio televisore, e a constatare come vi fosse pochissima differenza fra una televisione accesa e uno spazio vuoto e polveroso, quando il vecchio desiderio ritornò a trovarmi, ma questa volta non fu il passatempo ozioso dei pomeriggi di lavoro, mi investì la voglia di fuggire con una violenza che mi fece sudare lungo la spina dorsale. Ebbi un fremito, il pensiero delle responsabilità che istintivamente gli ponevo davanti si sbriciolava senza opporre la minima resistenza, mi appariva sempre più chiaro come in poche ore queste si fossero ridotte all’osso: non avevo una ragazza, il lavoro era in crisi, cosa mi legava ancora a quella città (a quella vita, mi chiesi con terrore)?
Non è che decisi, non potrei parlare di una decisione, presupporrebbe che mi fossi messo a pensare alla cosa, ma non fu così. Ero seduto per terra con la faccia spenta, e il momento dopo stavo buttando in una valigia, troppo brutta e vecchia perché potesse interessare i ladri, quelle poche cose rimaste che ancora rappresentassero una qualche utilità. I vestiti c’erano quasi tutti, tranne i completi, gli unici capi di un certo pregio, che non avrei comunque portato, li indossavo solo sul lavoro. Presi qualche maglietta, i jeans, raccolsi tutte le cose più comode e meno eleganti, vecchi maglioni, scarpe da tennis, un berretto di lana, la sciarpa, un giubbotto leggero e un giaccone invernale, non avevo la minima idea sulla destinazione del mio viaggio, l’importante era sparire.

Non mi presi neanche la briga di telefonare al lavoro per giustificare la mia assenza, né di fare una denuncia di furto. Salutai la vicina, ma solo perché mi si era intrufolata in casa per scoprire cosa fosse successo. Alla fine l’aveva capito anche lei..
“Ma ci sono stati i ladri?”
“No, signora, trasloco, vado a vivere all’estero.”
“Oh”, le sarebbero occorse altre due ore per cancellare l’ultimo pensiero che aveva avuto e tornare all’idea del principio, quella dell’impresa di traslochi.
“Ecco, se mi cerca qualcuno dica che possono trovarmi qui”, le misi in mano un biglietto che avevo trovato sul fondo della valigia, un ingresso a un museo in Finlandia, “Arrivederci”.
Non sarei andato in Finlandia. Non avevo una vera idea di quale sarebbe stata la mia meta, ma certo in Finlandia faceva freddo, e di freddo ne avevo abbastanza a casa mia, da ottobre a maggio, quando il sole è una cosa di cui hai sentito parlare. No, niente climi rigidi per Pablo, grazie.
Avevo sentito parlare di un’agenzia che ti organizza il viaggio in compagnia di altri, che come te hanno deciso di partire nello stesso giorno, mi ci recai per vedere chi stava scappando da una casa svaligiata e da una vita depredata. Non credevo che avrei trovato altri casi analoghi, ma magari saltava fuori qualche idea interessante.
La signorina col naso a punta e il sorriso accattivante mi presentò due opportunità per l’indomani:

una single quarantenne in partenza per Zanzibar, due settimane in hotel tre stelle;
tre ragazzi nel Verdon, campeggio da stabilire, programma incerto quattro giorni, poi Paesi Baschi.

“Niente per oggi? Neanche se mi sbrigo? Guardi, ho già la valigia in mano.”
La ragazza allargò le braccia, “se mi invita posso proporle un cinema sotto casa mia”.
Non mi sarebbe dispiaciuto, in un altro momento, ma volevo scappare da ogni possibile responsabilità, la presi per una battuta.
Ochei, sarei partito l’indomani coi tre ragazzi, mi sembrava che rispondessero abbastanza alle mie scarse esigenze organizzative.

Il mattino seguente mi presentai all’appuntamento con gli sconosciuti, e cominciammo le presentazioni.
Gabriele, uno spilungone con la faccia da checca, che quando si presentò con la sua vocina stridula rafforzò le mie convinzioni riguardo le sue attitudini sessuali. Col cavolo che avrei diviso la tenda con lui! Poi c’era Stefano, un biondo parecchio ambiguo, dava l’idea di quelli che amano legare il partner al letto e frustarlo, vestiti da nazista. Gli occhiali che indossava non riuscivano a nascondere il suo aspetto da pervertito, credo non ci sarebbe riuscito neanche con un costume da scolaretta.
Quando cercai di immaginarlo vestito da scolaretta fu anche peggio. Forse era l’amante di Gabriele, forse ero finito in una gita di culi. Avrei fatto meglio ad andare con la quarantenne, magari ne prendevo anche un po’. Lo studiai ancora un attimo, lui continuava a fissarmi con l’espressione distaccata, più che nazista–prigioniero sembrava un rapporto entomologo–insetto. Rabbrividii con discrezione.
L’ultimo elemento si chiamava Alessandro, e non sembrava affatto minaccioso, il classico tipo tranquillo che vedi vomitare birra alle feste paesane. Probabilmente era il passivo dei tre. Bene, avevo trovato il mio compagno di tenda, quello con cui avrei anche potuto dormire su un fianco senza dovermi svegliare all’improvviso con una mano sul culo.
Saliti in macchina mi ci sedetti accanto, sui sedili posteriori, e bastarono un paio di chilometri per farmi rivalutare da capo la dislocazione nelle tende: gli puzzavano i piedi da paura! Un odore che ti prendeva alla gola, roba da far lacrimare gli occhi. Se Stefano era il nazista e Gabriele il prigioniero omosessuale, Alessandro in questo gioco del lager faceva certamente il bidone di gas tossico!
Aprii il finestrino di un dito, cercando di non dare a vedere che soffrivo.
“Minchia Alle! Come ti puzzano i piedi!” strillò Gabriele con la sua vocina da castrato, e spalancò il finestrino, subito imitato da Stefano e da me.
“Vabbè, scusate, ma le calze con questo caldo!”
“Hai mai pensato di farteli ingessare? Magari nella grafite..”
“No, secondo me dovresti farteli tagliare. Pensaci, non è così brutta la vita su una sedia a rotelle, avresti anche lo sconto al cinema.”
“Ma sei sicuro? Perché se è vero me li faccio tagliare io!”

Su questi discorsi impegnati l’allegra comitiva si mise in marcia, e in un paio d’ore raggiungemmo il confine di stato, salutati da un tripudio di sms delle varie compagnie telefoniche, che ci annunciavano che chiamare in Italia ci sarebbe costato come un trapianto di cornea. Poco male, non avrei saputo chi chiamare, in ogni caso. Avevo voglia di sparire, non di prendermi una vacanza, e non mi sarei di certo fatto rintracciare da un cellulare. Un’idea feroce, ma irresistibile mi trapassò il cranio, e scagliai l’apparecchio dal finestrino, fra gli sguardi stupefatti dei miei compagni di viaggio.

“Era un modello superato, lo volevo cambiare!” dissi ridendo.

In quel momento ci si affiancò una Polo targata Roma, con una donna seduta al posto del passeggero che si teneva un occhio, la faccia piena di sangue, ci fece segno di accostare.
Aveva il mio cellulare in mano, immaginai in fretta cosa poteva volere, e anche i miei soci ci misero pochissimo a capirlo. Adesso avevo una ragione in più per sparire! Gabriele diede di gas, il motore dell’Alfa era più potente, e riuscimmo a seminarla.

La tensione si stemperò piano piano, fra le centinaia di caselli di cui è costellata l’autostrada francese, neanche ce li avessero spruzzati sopra, e le imitazioni di Rain Man proposte da Alessandro ogni volta che si addormentava. Quel ragazzo era incredibile, era lì che ti parlava e di colpo plop, piegava la testa su un fianco, spalancava la bocca e cadeva in uno stato letargico. Gli altri mi spiegarono che soffriva di una curiosa forma di narcolessia che lo colpiva solo quando era su un mezzo, auto o treno che fosse. Non era pericoloso, a patto che non guidasse, chiaro.

“Devi vederlo sull’autobus, quando crolla addosso alle vecchiette! È l’incubo del ventisette barrato!”

Poco prima di mezzogiorno trovammo la nostra uscita, Le Muy, e cercammo sui nostri incartamenti la direzione da prendere per i paesi del Verdon. Sarebbe stato molto più semplice con una cartina stradale, ma grazie alla memoria del Ghiro dai Piedi Sudati, che aveva lasciato tutto l’occorrente in camera sua sul comodino, tutto ciò che avevamo erano dei racconti di viaggio di escursionisti più organizzati di noi che Stefano aveva scaricato da internet. Molto liriche, ma in quel momento perfettamente inutili. Riuscimmo a sbagliare strada quattro volte in cinquecento metri, un record che neanche un pullman di ciechi. Spulciando qua e là stabilimmo una specie di percorso che avrebbe dovuto portarci a Draguignan, e da lì al lago di St. Croix, la nostra meta.
Sotto la freccia per Draguignan ce n’era una che indicava Trans, cosa che fece esclamare a Gabriele, sempre col suo falsetto odioso, “Guardate come sono organizzati in questo paese, hanno le indicazioni anche per andare a zoccole!”.

A Draguignan ci imbattemmo in un ufficio del turismo, e ci sembrò una buona idea fermarci a recuperare delle cartine della zona, sempre maledicendo Alessandro e la sua memoria fallace.

“Adesso devi riscattarti” lo minacciò Stefano “Tu sei quello che parla francese meglio di tutti, vai al banco e chiedi indicazioni!”

Anche se toccava a lui prendere contatto con gli autoctoni entrammo tutti, si sa che gli italiani all’estero si spostano in branco; e appena entrati nel locale manifestammo un’altra caratteristica del Nostro Fiero Popolo:
avevo adocchiato una signorina molto carina dietro il banco, e con un balzo felino precedetti Alessandro, ma di strettissima misura, che anche lui in quanto a vista rapace non scherzava, e finimmo per sbattere contro il banco, sotto gli sguardi impietosi di tutti i presenti.
«Bonjour! Nous avons besoin de renseignements sur le Verdon», o qualcosa di simile. In realtà in due non riuscivamo a produrre francese sufficiente per un tema di seconda elementare, ma la ragazza aveva splendidi occhi azzurri, che colmavano le nostre lacune e ci facevano sentire due novelli Verlaine, solo un po’ più allegri e meno culattoni.
Una vecchia che sembrava uscita da un documentario sulle mummie ci apostrofò in perfetto italiano: “Posso esservi d’aiuto?”. “No, no, siamo a posto, grazie!”
Ormoni 1 – Praticità 0.

Grazie alle indicazioni di quell’angelo riuscimmo a raggiungere il lago di St.Croix, e girammo i campeggi dei dintorni per trovare quello col miglior rapporto qualità/prezzo/vicinanza al lago/figa. Poi, dato che nessuno aveva i requisiti richiesti, quello col miglior rapporto prezzo/vicinanza al lago/figa, quindi a scalare prezzo/figa, e quando ci rendemmo conto che le belle ragazze alloggiavano tutte in albergo ripiegammo su un modesto camping sulle rive del lago, dalle parti di Salles Sur Verdon.
Oddio, prima di vedere l’acqua dovevamo traversare una piana assolata con due rami secchi piantati in terra che il proprietario dello stabilimento chiamava “il boschetto”, quindi una strada a tre corsie perennemente affollata di automobili, camion, biciclette, tutti uniti dalla caratteristica di tirare su un casino di polvere e fare un sacco di rumore, e infine una giungla nera, ritrovo di tutti i maniaci del sud della Francia.

(continua)

E dimmelo, dai, lo so che ci tieni