la lampada di aladino 1/3

Santo Vito è un quartiere alla periferia di una grande città del Sud Italia. Una vecchia frazione di campagna che la città ha corteggiato a lungo, fino a ingravidarla di palazzi e lasciarla ad accudire i suoi figli senza padre. Poi ti stupisci che in periferia vengono su tutti delinquenti.

Dino è uno di qui. Da ragazzo ha mollato gli studi e si è messo a lavorare in officina, ma non si è mai immischiato in brutti affari, più per timidezza che per onestà. Mentre i suoi coetanei tentavano la prima rapina alla lottomatica lui era a casa a scrivere racconti. Perché Dino sogna di fare lo scrittore. Ha quaderni pieni di storie che fa leggere agli amici, e ripete che un giorno le spedirà a un editore e diventerà famoso. Sarà il giorno in cui mollerà l’officina, il quartiere e andrà a vivere in città, in un bell’appartamento vista mare lontano dal degrado di qui, dai tossici nel sottopassaggio della stazione, dalle facce sconfitte che incontra ogni giorno sul binario. Di quelli che hanno gettato le armi ancora prima che il nemico dichiarasse guerra.

E sarà il giorno in cui si presenterà a Dolores.

L’ha conosciuta una sera in un bar del centro, era con la ragazza del suo amico Toni. L’ha guardata tutta la sera, ma non ha avuto il coraggio di dirle niente. Gli è piaciuto come beveva la birra dalla bottiglia, come si guardava intorno senza vedere nessuno, e quando si è tolta i capelli dagli occhi non avrebbe più saputo dire se gli erano piaciuti più i suoi occhi scuri da araba o quelle mani piccole come le hanno solo certe bambole di porcellana. Aveva pensato subito alla porcellana, a come trasmetta messaggi dal passato, ti parli di case grandi e di mobili antichi che hanno attraversato gli anni fino ad arrivare a te con una dignità che ti mette soggezione, al punto di provare una certa reverenza a buttare il giubbotto sulla sedia imbottita.

Quella ragazza parlava di malinconia, di cassetti pieni di cose raccolte in una vita curiosa. Parlava di porte chiuse su stanze dove non entrava nessuno. Parlava un sacco, per una che non aveva pronunciato una parola in tutta la sera. Ma Dino era bravo ad ascoltare anche il silenzio, e quelle cose era sicuro di averle capite.

Si era innamorato di Dolores la prima sera, e aveva dovuto tenersi quella passione nel cuore, perché la prima sera era stata anche l’ultima: Dolores non si era fatta più vedere.

Toni si era lasciato con la ragazza una settimana più tardi, e non ci pensava neanche a organizzare un incontro. Gli diceva “Guarda che quella non è cosa, è una sofisticata”, e non aggiungeva altro. E che voleva dire?

Attraverso molte insistenze era riuscito a farsi rivelare almeno dove abitava: stava nel Bronx, che sarebbe una delle zone malfamate della città, un posto da sparatorie. Il vero nome del quartiere era un altro, ma ormai tutti lo chiamavano così. Se volevi spedire una cartolina a un amico che abitava lì scrivevi

Ciccio Panella
Palazzo sopra il macellaio
Bronx

e la cartolina arrivava. Se non arrivava era perché avevano di nuovo sparato al postino, tu non c’entravi niente.

Dino aveva un paio di amici d’infanzia con cui passava il sabato sera: Toni ed Enzino. Erano sempre insieme, prendevano la macchina di Enzino e scendevano in città. Ultimamente avevano preso il giro di fare i sofisticati pure loro: da quando Dino si era fissato con l’idea di incontrare Dolores passavano il fine settimana a frequentare il giro degli intellettuali, sperando di incontrarla.

Non era male evitare i posti più modaioli, spesso rischiavi di incontrare qualche tuo compaesano planato in città a caccia di prede. Parlavano tutti a voce troppo alta e gesticolavano tantissimo, e se ti incontravano mentre parlavi con una ragazza ti si fiondavano addosso e ti piallavano le spalle a pacche amichevoli finché non gliela presentavi. Ovviamente lei si ricordava di avere un impegno dopo un paio di minuti.

L’incubo ricorrente di Dino era di incontrare uno di quei predatori molesti mentre cercava di parlare a Dolores, così si teneva alla larga da quei posti, correndo il rischio che fossero proprio quelli i locali preferiti dalla sua amata, e vanificando così per sempre ogni possibile incontro.

Alla lunga ci avevano preso gusto, era stimolante. Toni, che era coatto perso, stava cominciando a coltivare una passione per il whisky scozzese, e pure Enzino un giorno si era fatto beccare da Feltrinelli a comprarsi un libro.

Una sera stavano in macchina sotto casa di Toni, a discutere di quello che avevano appena sentito a una conferenza sulla Siria.

“Oh Dino, va bene l’amore e tutto, ma una serata così io mai più, eh?”
“Ma dai, è stato interessante!”
“La prossima volta si entra, si guarda se c’è la tua bella e se non c’è VIA. Da Scannabuoi stasera suonava quel matto francese, quello che suona tre chitarre per volta.”
“Ma poi a te chi te lo dice che quella frequenta ste rotture di cazzo?”
“Me l’ha detto una”
“Chi?”
“Eh una.. una”
“Una chi?”
“Enrica”

Toni quasi saltò sul sedile davanti. “Minchia Enrica? Hai visto la mia ex? Brutto bastardo, e non me lo dici? Infame dimmerda!”
“Ma no, le ho mandato un messaggio. Le ho chiesto di aiutarmi, sto girando a vuoto da settimane, e mi ha detto che forse veniva qui. Non le ho chiesto nient’altro, lo so che ci stai male.”
“Ma chi è che ci sta male, oh! Io non ci sto male! Semmai sarà lei che ci sta male! Sta zoc..”
“Ehi ma che fa quello?”

Guardarono tutti e tre nella direzione indicata da Enzino, e in fondo alla linea invisibile tracciata dal suo dito c’erano due figure vestite di scuro con un passamontagna sulla faccia, che si stavano aqquattando dietro un furgone con qualcosa in mano: potevano essere telai di biciclette per nani o armi automatiche.

“Porca troia, lì ci sta Tano Catarella!”
“Minchia, vogliono far fuori il boss!”
“Minchia che facciamo? Se ci vedono siamo morti!”
“Andiamo via!”
“E come cazzo andiamo via senza che ci vedano!”
“Se stiamo qui siamo morti!”
“Anche se andiamo via!”
“Minchia!”

In fondo alla strada comparvero le luci di una macchina. Tutti desiderarono fortissimo che fosse la polizia.

Era una BMW grigia.

Era Tano Catarella che tornava a casa.

(continua)

One Comment

E dimmelo, dai, lo so che ci tieni

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