qui (non) è dove faccio coming out

Perché è giusto, devi confrontarti coi tuoi problemi, non ce l’hai più quindici anni, e se una cosa ti fa stare male è sbagliato nascondertela dentro, devi mostrarla al mondo e chissà che magari non trovi qualcuno che ti aiuti a risolverlo.

A questo pensavo l’altra sera, un cuba libre in mano e un altro nella pancia, mentre osservavo la donna della mia vita sfoderare il suo sorriso più dolce nella direzione sbagliata, cioè non verso dove stavo seduto io, ma non me ne crucciavo, in fondo lo avevo deciso solo da un quarto d’ora che quella era la donna della mia vita, più o meno da quando era entrata nel locale e si era accomodata al tavolino accanto al mio insieme alle sue amiche Brivido, Terrore e Labirintite.
Non la conoscevo, non l’avevo mai vista prima di quella sera, ma aveva quella particolare luce negli occhi, e i capelli corti le disegnavano una virgola dietro il lobo dell’orecchio, su quel centimetro di collo che racchiude tutta la femminilità dell’universo, come una freccia che indichi la direzione verso cui chiudere gli occhi e abbandonarsi all’oblio, e se l’avessi guardata ancora un po’ avrei avuto la sua immagine in testa per il resto della sera, come quando fissi una luce intensa e ti si stampa sulla retina, e grazie, ma il mio umore era già abbastanza provato.

Eh si, mi stavo portando dietro un malessere al quale non sapevo dare un nome né una causa, come quando ti senti le gambe indolenzite, ma non è che ti facciano proprio male, è come se fossero diventate improvvisamente più presenti, e questa iperpresenza non ti lascia dormire. Ecco, più o meno mi stava succedendo la stessa cosa con la vita, mi sembrava che tutto ciò che facevo fosse stato colorato coi pastelli sbagliati, era diventato finto, certe volte avevo l’impressione che se mi fossi concentrato sarei riuscito a vedere i fili che reggevano lo sfondo, la buca del suggeritore, il pubblico in sala. Non che provassi il desiderio di uscire di scena, no, ma se proprio dovevo recitare una parte mi sarebbe piaciuto che avesse un infittirsi di trama, così era veramente noiosa, non succedeva mai niente; e poi ero l’unico attore, cos’era, un monologo? Se non una bella coprotagonista mi sarebbe piaciuta almeno una spalla con cui tirare fuori qualche dialogo brillante; e poi volevo gli applausi, che se sei un attore e stai recitando su un palco non venirmi a raccontare che lo fai per tirare fuori il bambino che è in te e la sua spontaneità e cazzi e mazzi, stai lì per gli applausi, poche palle.

Ecco, ero in una fase della mia vita in cui trovavo poco senso in quello che facevo, mi sentivo come se mi ci avessero messo e ci stavo perché non sapevo dove altro andare, e in più non mi sentivo abbastanza considerato. E quel cuba libre non era abbastanza forte, e i miei amici non si vedevano ancora, e la donna della mia vita stava a un metro da me e contemporaneamente dall’altra parte dell’universo.

Uscii dal locale, tanto non era arrivato nessuno, e ormai si era fatta l’ora del mio raduno settimanale. Raggiunsi la porta a vetri, la oltrepassai e feci il mio ingresso nella sala illuminata. Il resto dei miei compagni era già sul palco, avevano formato il consueto cerchio e stavano per cominciare.
Mi liberai della giacca in fretta e presi il mio posto fra i due più vicini. “Scusate il ritardo, ho trovato traffico”, mentii.

A turno ci presentammo agli altri, anche se ormai erano due mesi che i nostri incontri andavano avanti con regolarità, ogni martedì, ma faceva parte del rito, non mi lamentavo, e quando toccò a me recitai la formula per intero: “Ciao a tutti, sono Pablo e sono un drogato di attenzioni”.

Erano stati degli amici coi miei stessi problemi a parlarmi di quel gruppo di autoaiuto, a loro era servito parecchio, mi dicevano, e avevo iniziato una sera di ottobre senza grosse speranze. “Vedrai”, mi aveva detto il mio buffo amico con la barbetta caprina, “Dopo un po’ riuscirai anche a stare seduto in un locale senza parlare con nessuno!”
“Si, ma io ci sto già seduto in un locale senza parlare con nessuno, tutte le cazzo di volte ci sto! Mi piacerebbe invece parlare con qualcuno, magari qualcuno che non conosco, eh? Che ne dici?”
Avevo capito benissimo, invece. Senza parlare con nessuno, certo, ma senza neanche sentirsi come se ti avessero ammanettato i polsi dietro la schiena e ficcato uno straccio in bocca. Era quella la differenza, vero? E così mi ero presentato la prima volta, e poi ero tornato la seconda, e la terza, e ormai mi ero convinto che sarei arrivato alla fine del percorso insieme ai miei nuovi compagni di viaggio, gente che come me faticava a mettersi in un angolo e non farsi notare.

Il tossico di attenzione è una categoria che attraversa tutti gli strati sociali in senso orizzontale, raccoglie lo studente impacciato e l’insegnante di fisica, l’impiegato di banca e l’autista di autobus. C’erano un paio di medici, diverse segretarie, una ballerina di danza classica e il gangster più potente del pianeta Tatooine, il terribile Jabba The Hutt. Tutti disadattati che cercavano di liberarsi della propria scimmia, tranne Jabba The Hutt, che sulla spalla teneva una lucertola-scimmia kowakiana di nome Salacious Crumb. Ma comunque.

Il nostro insegnante e guida spirituale era il maestro Omar Illy, un ex attore finito in un brutto giro di droga e gioco d’azzardo dopo che lo avevano scartato per il ruolo che gli avrebbe fatto, a suo dire, guadagnare l’oscar: quello di Whoopi Goldberg ne Il Colore Viola.
La prima volta che ce lo raccontò eravamo al bar, tutti ubriachi come alpini, e il maestro Illy si stava iniettando un mezzo litro di eroina con quella che doveva essere una siringa da cavalli, ed era in vena di confidenze:
“Scusa, ma come facevi a interpretare la parte di una donna nera, se sei un uomo bianco?”
“Se dubiti delle mie capacità di attore perché ti sei iscritto al mio corso?”
“No no, non dubito, ma mi sembra che ci siano dei limiti che..”
“Niente è impossibile se ci credi davvero!”
“Un’altra cosa, se posso. Non dovresti aiutarci a uscire dalle nostre dipendenze? Non mi sembra che tu abbia smesso di farti.”
“Io vi curerò la dipendenza dalle attenzioni, tutti gli altri problemi che avete sono cazzi vostri.”

Quella sera avevo deciso di confidargli la mia idea di fare coming out, e raccontare a tutti del mio problema, magari scrivendolo sul pablog, chissà che magari non avrei trovato qualcuno che.. ma l’avete già letta questa cosa.

Aspettai la fine della lezione, che quella settimana verteva su “Vincere quel desiderio irrefrenabile di prendere a gomitate in faccia il vigile e rubargli la paletta per andarsi a sistemare al suo posto in mezzo all’incrocio e quindi dirigere il traffico col piglio autoritario del direttore d’orchestra”. Solo per enunciare il titolo della seduta se n’era andato un quarto d’ora.
Mi avvicinai rispettosamente, non tanto per l’autorità che gli riconoscevo, quanto perché la striscia di coca che si era appena tirato lo rendeva soggetto a scatti imprevedibili, e non mi andava di raccogliere gli occhiali fra le poltrone delle prime file, e gli spiegai le mie intenzioni.

“Mi sembra una buona idea”, rispose. “Chissà che magari non trovi qualcuno che ti aiuti a risolverlo, il tuo problema.”
“Non dovresti essere tu quel qualcuno?”
“Eh? Io? E perché dovr.. ah già, scusa. Certo, sono io quel qualcuno, era una figura retorica, sai, no? Noi attori ricorriamo spesso alle figure retoriche, un giorno ve lo insegnerò, ma non stasera, stasera dobbiamo parlare del problema di quando sei in coda alle poste e ti viene da fare l’imitazione di Celentano.”
“Omar, la lezione è finita da dieci minuti.”
“Ah si? E chi l’ha tenuta?”
“Tu.”
“Impossibile, me lo ricorderei! Come hai detto che ti chiami?”

Ecco perché alla fine ho scritto queste righe in cui faccio come quelli che devono dire ai propri genitori che si sono innamorati del loro amico Mario, io amici Mario ne ho qualcuno, ma non posso dire di amarli, né mi sento di ammettere un’attrazione particolare verso l’amica di Brivido, Terrore e Labirintite, anche perché non l’ho mai più vista, si vede che era solo un espediente narrativo, ma c’è questa cosa che sto facendo e che è importante, e non lo so dove andrò a finire e quanto durerà e se sarà sempre così bello, ma in questo momento è la cosa migliore che ci sia, e sta andando a rovistare in certi cassetti che non ricordavo neanche più di avere, e me li rimette in ordine. E stanno cambiando un sacco di cose, e partono tutte dai miei martedì sera al Carignano, e credo di dover dire grazie a parecchia gente, e non c’è bisogno che dica chi sono, loro lo sanno chi sono. Buonanotte a tutti.

Pubblicato da

spassky

Pablog è l'identità segreta di uno scrittore premiato con un paio di nobel alcuni anni fa, ma di cui non si vanta in giro perché il primo l'ha ricevuto per un disguido postale e il secondo come riconoscimento per aver restituito il primo al suo legittimo proprietario. Però un giorno ne riceverà uno per il suo lavoro, ne è certo. Solo che sarà il nobel per la medicina.

7 pensieri su “qui (non) è dove faccio coming out”

  1. La ragazza dietro al banco mescolava, birra chiara e seven up…a volte ci sono persone che cambiano la nostra vita, sia che ne facciano parte per pochi istanti che per anni. Di sicuro le occasioni ci sono continuamente forse soltanto non ce ne accorgiamo. Per me sei una di quelle persone. Speciali. Un’ispirazione. A martedì.

  2. Cercando qualcosa di intelligente da dire e allo stesso tempo di profondo, e allo stesso tempo che ti tiri un pochino su(perché si, proverò ad avere cotanta presunzione), e che allo stesso tempo non sia troppo stucchevole, faccio prima e ti dico la prima parola che mi viene in mente: lama!
    Ah no scusa: grazie!
    Grazie a te! Perché contribuisci a rendere un piattissimo martedì sera in qualcosa di fenomenale dove l energia che trasmetti è una delle cose dalle quali prendo esempio.
    Keep doing that

    1. Scusa, dal telefono mi sembrava che il commento finisse con lama.
      Mi fa ridere questa cosa del trasmettere energia, perchè mentre ti rispondo sono sbragato sul divano con un pigiama da anziano e il gatto in braccio.

E dimmelo, dai, lo so che ci tieni