mentre su Villavecchia calano le prime ombre della sera..

Dalla finestra del mio ufficio in Bernabeu Straβe potevo vedere le luci dell’Empire State Building cambiare colore, le finestre riflettere gli ultimi raggi rossi prima del tramonto. Sai quell’ora blu che piace tanto ai fotografi, e che corrisponde più o meno al crepuscolo, e che ammanta di una luce magica le strade e gli edifici? A Villavecchia non ce l’abbiamo. Qui la luce è grigia, in questa stagione, poi si spegne e resta il buio umido, l’odore di nebbia e il suono dei rospi. Anche d’autunno, qui i rospi ci sono tutto l’anno, siamo la principale meta del turismo rospese, ci vengono a fare perfino la settimana bianca, mi è già capitato, a metà gennaio, di sentire sotto lo scarpone il suono viscido e croccante (una cosa tipo sguish crik) caratteristico di quando stritoli un capofamiglia, guardare giù e vedere i suoi guantini sepolti nella neve pressata dalla mia suola.

Non mi sentivo in vena di romanticherie, perciò cambiai sfondo del desktop con un abile tocco di mouse, e il più famoso simbolo di New York lasciò il posto a un’anonima modella tettona. Dalla finestra arrivava il suono di organetto di un luna park, quella melodia sfiatata che mi riportava con la memoria a Coney Island, quando passeggiavo mano nella mano col mio grande amore e ci fermavamo a comprare lo zucchero filato alla bancarella davanti alle montagne russe, e poi guardavamo l’oceano e sognavamo di attraversarlo e lasciare quel paese così povero di speranze e rifarci una vita in Europa, magari in Italia.

Scacciai quel ricordo doloroso e guardai giù: il furgoncino del torrone apriva la fiera di quartiere, e alle sue spalle si estendevano banchi carichi di ogni mercanzia, dai formaggi di alpeggio alle collane fatte di pasta, e la strada era ingombra di famiglie allegre che allungavano il collo di qua e di là.
Il Mercatino Di Villavecchia, una delle mille attività che facevano di questa strada il centro della mondanità valligiana. Non capisco proprio perché la mia ex moglie si opponesse tanto a trasferirsi proprio qui, quando in quei giorni guardavamo l’oceano e io sospiravo e le chiedevo “amore, perché non molliamo questo paese così povero di speranze e non ci rifacciamo una vita in Europa? Magari in Italia! Ho letto su una rivista che c’è questo piccolo borgo nell’entroterra genovese..”. Di solito lei mi interrompeva con astio, mi chiedeva se avevo di nuovo bevuto la candeggina, e per farmi smettere di delirare mi comprava altro zucchero filato.

Misi la giacca e feci un fischio al mio assistente, Jack Oneyed, che pisolava sul divano.

Superato il banco del torrone ci imbattemmo in quello dell’antiquariato, dove un attempato signore con un grosso sigaro fra i denti mostrava il relitto di una macchina da scrivere a un tizio con un buffo maglione a righe colorate che lo faceva somigliare a un’ape lisergica. O Grosso Sigaro era un buon venditore o l’Hippymaia non aveva mai visto una macchina da scrivere prima di allora, perché quel pezzo di metallo contorto che giaceva su un tavolino a tre gambe arabescate dai tarli non aveva neanche più tutti i tasti, e somigliava alla bocca di un tossicomane.

Lasciai il signor Barnum e la sua prole e continuai l’esplorazione del mercatino. Accanto a me Jack Oneyed annusava in egual misura le ceste appoggiate ai muri e le gambe dei visitatori, non sapendo da quale delle due aspettarsi una sorpresa.
Nè da una nè dall’altra, risultò poi. L’inaspettato ci giunse alle spalle nella figura rotonda e baffuta del maresciallo dei carabinieri, che mi chiamò da lontano e poi trotterellò fino a venirmi ad ansimare davanti. Dieci metri di corsa sono un’attività più che impegnativa per chi fa da anni una vita di scrivania.

“Renzi, lo fai ancora l’investigatore privato?”
“Marescià, vi abito di fronte, non faccia finta di non sapere come mi guadagno da vivere, eh?”
“Oh, scusa se ho cercato di non essere troppo diretto!”
“Va bene, dai. Che le serve?”
“Hanno ammazzato uno nei vicoli ieri sera, e cercando in archivio è venuto fuori che si era rivolto a te in passato. Si chiamava Franco Ratti, lo conosci?”
“Cazzo! E lo conosco si! È stato mio cliente per un anno e mezzo!”
“Di cosa si trattava?”
“Mi spiace, non posso dirglielo. Sa, etica professionale, sono certo che mi capisce.”
“Allora dovrò chiederti di farmi vedere la licenza di investigatore privato. Sono certo che anche tu mi capisci.”
“Si trattava di stalking.”

Il maresciallo strabuzzò gli occhi. “Ratti subiva stalking? E da chi?”
“No, non lo subiva, voleva praticarlo su una tizia che gli piaceva, ma siccome è illegale è venuto da me a chiedermi di farlo al posto suo. Una cosa innocente, sa, indagare su questa donna, scoprire dove abita, cosa fa nella vita, se vede qualcuno..”
“È illegale anche per un investigatore privato, che cazzo combini?”
“Infatti ho i miei metodi. Non l’ho pedinata, ho organizzato un incontro casuale, mi sono presentato e l’ho invitata a cena.”
“E hai scoperto qualcosa?”
“Un sacco di cose, ma non potevo raccontarle a Ratti.”
“E perché?”
“Era una faccenda delicata. In effetti la ragazza si vedeva con uno che aveva conosciuto al supermercato, avevano cominciato a frequentarsi e poi la cosa aveva ingranato ed era cominciata una relazione vera e propria.”
“Questa roba potrebbe essere utile alle indagini, magari Ratti è andato dal fidanzato della ragazza in un attacco di gelosia folle e questo l’ha fatto fuori!”
“Ma figuriamoci!”
“E tu che ne sai?”
“Sono io il fidanzato. Ho cercato di non farmi scoprire da Ratti, ma ho paura che se la sia data: una mattina l’ha vista uscire dal mio portone.”

La nostra conversazione venne interrotta bruscamente da un sibilo fortissimo e tutti alzammo gli occhi al cielo per cercare di capire da dove provenisse.

Non potevamo credere ai nostri occhi: un’enorme sagoma circolare avanzava lentamente nel cielo, a coprire con la sua ombra i tetti delle case.

“Minchia!”, esclamò il maresciallo.
“Minchia!”, esclamò il tizio con la pipa.
“Minchia!”, esclamai io.

Minchia arrivò dal fondo della via con un pacco di fogli in mano, tutti i permessi per organizzare il mercatino, le richieste al comune e ai vigili e le carte bollate, ma disse che quella cosa lì non l’avevano organizzata loro, si scusò coi presenti e svenne a faccia avanti.

Il mio intuito di detective mi suggerì che quell’anno il mercatino di ottobre sarebbe stato parecchio più interessante del solito.

…………………

Io però non ci sono andato lo stesso, sono stato a casa a guardare Hot Fuzz e a preparare l’insalata di polpo con le patate, che è venuta perfetta, e capisco che non sarà un piatto difficile, ma ero sicuro che il polpo sarebbe rimasto coriaceo e di pessimo umore (e vorrei vedere voi se vi infilassero in pentola e poi vi facessero a pezzetti), e invece sembrava burro, e quindi adesso me la tiro un po’.

Hot Fuzz è un film bellissimo, e a proposito di film, voglio andare a vedere Gravity al cinema. Chi viene?

Pubblicato da

spassky

Pablog è l'identità segreta di uno scrittore premiato con un paio di nobel alcuni anni fa, ma di cui non si vanta in giro perché il primo l'ha ricevuto per un disguido postale e il secondo come riconoscimento per aver restituito il primo al suo legittimo proprietario. Però un giorno ne riceverà uno per il suo lavoro, ne è certo. Solo che sarà il nobel per la medicina.

0 pensieri su “mentre su Villavecchia calano le prime ombre della sera..”

    1. Non credo, per raccontare efficacemente un’invasione extraterrestre ci vuole la CGI che costa un sacco di soldi, e io ho un budget molto limitato.

E dimmelo, dai, lo so che ci tieni