centotre-e-tre n.10 Non importa se non ha quel swing

Riassunto delle puntate precedenti:

Bruno Lauzi – Garibaldi
Peggy Lee – Why Don’t You Do Right?
Tony Bennett & Lady Gaga – The Lady Is A Tramp
Joni Mitchell – Chelsea Morning
Neil Young – Cortez The Killer
Banda El Recodo – El Corrido De Matazlan
Los Cuates de Sinaloa – Negro Y Azul: The Ballad Of Heisenberg
El Chapo Guzman – Los Tucanes de Tijuana
Cholo Valderrama – Llanero si soy llanero
Celia Cruz – La Vida Es Un Carnaval

Ci siamo lasciati la settimana scorsa, o quella prima, non mi ricordo, la mia presenza sul blog è discontinua come quella nel mondo reale, ma ricordo che abbiamo parlato di Celia Cruz in modo piuttosto vago, che avevo da fare, mi si stava bruciando il sugo, e la connessione ballerina, e cazziemazzi.
Avrei voluto ambientare la tappa successiva in Argentina, grazie a una collaborazione fra la cantante e un gruppo che non ho ancora capito se mi piacciono tantissimo o mi tritano le balle, Los Fabulosos Cadillacs. Incapace di risolvere l’enigma ho chiesto a un’amica che li adora di aiutarmi a scrivere il pezzo, ma per il momento è irreperibile, quindi facciamo che dell’Argentina parliamo un’altra volta e torniamo a visitare un paese dove siamo già stati.

È che Celia Cruz ha fatto anche l’attrice, e a guardare le sue foto viene da chiedersi come sia stato possibile, ma d’altra parte anche Vin Diesel c’è gente che paga per vederlo su maxischermo, no?
Il film in questione si intitola I Re Del Mambo, è del 1992, e nella colonna sonora troviamo una carrellata dei più grandi nomi della tradizione sculettara, da Tito Puente ad Arturo Sandoval. Per fortuna ci sono un paio di intromissioni di genere diverso, che ci permetteranno di cambiare completamente registro e parlare di un gigante che mi è particolarmente caro: Duke Ellington.

Duke Ellington, quando voleva ascoltare Dizzy Gillespie, non metteva su un disco, metteva su lui direttamente.

Grazie a quest’uomo incredibile sfondiamo per la prima volta il muro del ventesimo secolo, essendo nato nel 1899 a Washington, quella Washington lì che pensate voi, già.

Già da ragazzino dimostrava qualità da leader, radunava i parenti e i compagni di scuola nel suo giardino e imponeva loro di cantare delle melodie di sua creazione. Non avendo ancora chiaro il ruolo dei singoli elementi di un’orchestra dava a tutti la stessa partitura, molto semplice, che faceva più o meno sciabba dabba sciabba uè. I vicini trovavano molto buffo che nel giardino accanto ci fosse un raduno di tizi che cantavano sciabba dabba sciabba uè, cominciarono a raccontarlo agli amici, questi s’incuriosivano e fu così che il giorno in cui Duke Ellington fu in grado di proporre qualcosa di interessante potè già contare su un discreto pubblico.

A 23 anni si trasferì a New York, dove cominciò a suonare in un’orchestra, e due anni più tardi era il leader di un complesso chiamato Washingtonians. Poi la consacrazione a New York, al Cotton Club, il locale più in voga di Harlem. Qui Ellington suonò ininterrottamente dal 1927 al ’31, in pieno proibizionismo, fornendo la colonna sonora degli spettacoli e mettendo insieme quella che divenne, probabilmente, la più famosa orchestra jazz della storia.

Duke Ellington la dirigeva da dietro un pianoforte, facendo dei gesti ai musicisti e dicendo loro cose tipo “Oh tu, con la tromba! Gridaci dentro! Ehi sassofonista! No tu, quello di fianco, il mingherlino pelato. Adesso devi entrare deciso e sincopare a manetta!”

Negli anni successivi al Cotton Club la sua fama si estese fino a diventare internazionale, e mentre altre orchestre si buttavano sul swing, più ballabile e di facile presa sui regazzini che lo suonaveno nei giubbocs e rimorchiaveno le pischelle, il vecchio Duke manteneva salda la sua nave sulle acque vellutate e cariche di atmosfera del jazz.

Noi a questo punto scendiamo, perché voglio raccontarvi ancora una cosa che riguarda il locale che ha contribuito a lanciarlo, quel Cotton Club di cui sopra, che ha una storia piuttosto interessante.

Il Cotton Club di Harlem, quello che poi ha chiuso ed è andato a Broadway eccetera eccetera.

Siamo a Liverpool, in Inghilterra. È il 1901, e i Beatles sono ancora così lontani che mancano ancora 13 anni alla nascita della mamma di John Lennon.

È presente, invece, la signora Mary Madden, ma non ci sta tanto, prende la via del mare come molti suoi compatrioti e se ne va a stare da sua sorella, che vive a New York. L’anno successivo fa emigrare anche i figli Owney e Martin, e il collegamento coi Beatles finisce ancora prima di cominciare, mi spiace.

Owney è un ragazzino che capisce subito come si vive nel quartiere che lo ha adottato, Hell’s Kitchen, e si unisce alla Gopher Gang, approfittando del fatto che non solo i Beatles devono ancora nascere, ma in giro non c’è nessun supereroe cieco in calzamaglia rossa.

Insomma, diventa un criminale di quelli tosti, finisce anche a Sing Sing per un omicidio che non era neanche il primo, e quando esce ci mette poco a capire cosa vuole la gente, è cominciato il Proibizionismo, gli alcolici sono vietati, una manna per il contrabbando, e il figlio della signora Mary Madden ci si dedica a tempo pieno. Si mette in affari con altri due gangsters, Big Bill Dwyer e Big Frenchy De Mange, e insieme cominciano a fare incetta di night clubs, dove vendere l’alcool che importano di nascosto. Uno dei locali di punta in quel periodo è il Club Deluxe, un night di Harlem, che Madden rinomina Cotton Club. La persona che glielo vende, fra l’altro, non è uno sconosciuto biscazziere qualunque, è Jack Johnson, pugile, il primo afroamericano ad avere vinto il titolo di campione mondiale dei pesi massimi.

Madden gli lascia la gestione, si tiene l’incasso e trasforma il locale in un centro di sviluppo degli stereotipi sui neri americani: l’aspetto della sala ricorda una piantagione del sud, i musicisti e i camerieri sono quasi tutti neri, il pubblico no, lì i neri non sono ammessi, seduti ai tavoli ci sono soltanto i rappresentanti dell’upper class, non scuri, ma sciuri.

Owney Madden, secondo una foto del fichissimo museo dei gangsters americani, raggiungibile cliccando su questa foto.

Quando nel 1935 scoppia una bega ad Harlem per questioni razziali, il locale è costretto a chiudere, e chissà come mai.

Riaprirà qualche anno più tardi a Broadway, ma ormai i bei tempi sono passati, e il Cotton Club non resisterà a lungo.

Nel frattempo il Proibizionismo è finito, e contrabbandare liquori non ha più senso, così Owney Madden si dedica alla boxe, e diventa il manager di diversi pugili di spessore, fra i quali Primo Carnera, di cui vi parlerò nella prossima puntata.

Nel frattempo vi lascio con un pezzo di Duke Ellington, dove potrete gustarvi tutta la ruvidezza della growlin’ trumpet di James “Bubber” Miley, che per ottenere quel suono ruvido era solito cantare nello strumento e pronunciare frasi di sicuro impatto acustico, tipo Il papa pesa e pesta il pepe a Pisa, o Doria merda.

Pubblicato da

spassky

Pablog è l'identità segreta di uno scrittore premiato con un paio di nobel alcuni anni fa, ma di cui non si vanta in giro perché il primo l'ha ricevuto per un disguido postale e il secondo come riconoscimento per aver restituito il primo al suo legittimo proprietario. Però un giorno ne riceverà uno per il suo lavoro, ne è certo. Solo che sarà il nobel per la medicina.

5 pensieri su “centotre-e-tre n.10 Non importa se non ha quel swing”

  1. che belle, le atmosfere di quegli anni lì. magari un po’ pericolosette, ma comunque affascinanti.
    hai visto lawless? non c’entra una mazza con new york, ma col proibizionismo sì. bello, consiglio.

E dimmelo, dai, lo so che ci tieni