and through foggy London town the sun was shining everywhere (6/6)

Cappelleria Regent Street
E si perché il leitmotiv della gita sono io che voglio comprarmi un cappello. Ho cominciato in Italia, ma l’idea era ancora in stato embrionale e non mi ha spinto a nessun acquisto frettoloso, e poi l’inverno si è presentato tardi e le orecchie non mi gelavano ancora. Quando abbiamo deciso di andare a Londra si è capito che l’avrei comprato là, che si sa che l’Inghilterra è la patria assoluta dei berretti e dei cappelli, sai che scelta infinita?
Insomma che i negozi sono ancora aperti e passiamo davanti a questo negozio di cachemire in Regent Street, che ha dei bellissimi cappelli di lana esposti in vetrina.
L’aspetto elegante della boutique ci intimorisce, ma i prezzi sembrano abbordabili, così entriamo. Dentro è tutto molto elegante, gestore compreso, ma c’è un particolare che trasla tutta l’atmosfera da un film su una famiglia importante dell’Inghilterra vittoriana a uno su Christian De Sica arricchito con la moglie burina in vacanza nella City, e questo particolare è Daniela Santanché.

Ora, non so se quella che ho davanti sia davvero l’ex sottosegretaria, ma se non lo è le somiglia tantissimo, ed è impegnata in una di quelle santancherie tipiche che fanno passare in secondo piano il fatto che sia solo una bionda maleducata.
Sta strillando a centinaia di decibel oltre la decenza, in un inglese da caricatura di italiano anglofono dei cartoni di Seth MacFarlane, e pretende di essere trattata meglio perché lei è italiana, non marocchina o araba o indiana (e qui allude pesantemente alla nazionalità del negoziante), e gli italiani vanno trattati con rispetto, e ci aggiunge una sequela infinita di cazzate nazionaliste che nessuna bionda italiana maleducata e sbraitona potrebbe pronunciare senza diventare definitivamente Daniela Santanché. È lei, non ci sono cazzi.

Io e Marzia la fissiamo costernati da tanta violenza, dimentichi anche dei cappelli da esaminare, e quando una signorina visibilmente imbarazzata ci offre assistenza le rispondiamo senza veramente capire cosa voglia da noi. Dopo alcuni minuti l’aggressione verbale cala d’intensità, sembra che all’origine ci fosse uno sconto non dato o qualcosa del genere, e a quanto pare il negoziante si è convinto a scendere a patti. La donna torna a parlare a un volume non percepibile dal marciapiede di fronte e tutto sembra finire lì, ma c’è ancora spazio per una predica non richiesta; la Santanché, infatti, esaurita la rabbia, si mette a pontificare nuovamente sul fatto che lei è italiana, e gli italiani sono un popolo che merita rispetto, e il tono della voce si fa più potente, che il canto delle patrie gesta richiede una certa enfasi, e di nuovo ci troviamo con questa scalmanata in mezzo al negozio ad agitare le mani come dal balcone di Piazza Venezia.

A quel punto decidiamo che i cappelli non sono poi così belli e teliamo prima che qualcuno possa riconoscerci come altri membri di quello stesso popolo cialtrone e maleducato.
Giuro, non mi sono mai vergognato così tanto di essere italiano, neanche quella volta in cui l’ubriacone Bob (stessa città, anni di distanza) mi prese per il culo perché Berlusconi aveva dato del kapò a Schulz.

una foto che non c'entra niente, ma quel giorno sono uscito senza macchina.

Japan Store
Regent Street
L’idea sarebbe di cenarci in questo supermercato giapponese, ma il piccolo reparto cucina è già invaso di occidentali con la nostra stessa idea, così ci limitiamo a un giro e usciamo.

È bello il Japan Store, frequentato perlopiù da europei affascinati dalla cultura nipponica, o semplicemente in cerca di ramen; ci puoi trovare tutto quello che ti viene in mente, dagli alimentari all’oggettistica, esattamente come lo troveresti in un supermercato di Tokyo, ma coi prezzi in pounds. La prima volta che visitai questo posto si trovava in un altro edificio di Regent Street e stava su tre piani, ma si vede che la crisi ha colpito anche loro, oppure i ramen li fanno più buoni altrove. Comunque anche così roba ce n’è parecchia. La nostra scelta è limitata per questioni di bagaglio, prendiamo qualche confezione di caramelle dal nome misterioso (ma per quanto ne capiamo di ideogrammi potrebbe anche essere il prezzo) e usciamo.

Curiosità: nell’edificio accanto si trova il fratello gemello del Japan Store, un grande magazzino che vende prodotti occidentali a una clientela esclusivamente giapponese. Ha i cartellini nella loro lingua e gli inglesi non ci comprano, anche perché le stesse cose le trovano altrove senza bisogno di un interprete.

Un'altra foto paracula che non ha niente a che vedere col testo.

Carnaby Street Quadrophenia
57 Carnaby Street
L’ultimo giorno londinese comincia con una visita a Pretty Green, il negozio di abbigliamento di Liam Gallagher, l’altro Oasis, a Carnaby Street. È una via molto colorata, piena di negozi che espongono cose di moda a prezzi che neanche se te li fabbricasse lo stilista sul momento mentre la sua commessa orientale ti fa un massaggio particolare.
E cosa ci andiamo a fare noi, notoriamente ostili alle cose di moda a prezzi eccetera eccetera, in un negozio così? Che forse siamo diventati improvvisamente fans degli Oasis?

No, è che nel suo ultimo tentativo di acchiappare nuovi fans il vecchio Liam è diventato un mod e ha pensato di ospitare una mostra su Quadrophenia nell’interrato del suo negozietto.
L’ingresso è gratuito, devi solo attraversare incolume i cartellini dei prezzi che ti assalgono da ogni lato, scendere le scale e goderti quel po po popò po’ po’ gran mucchio di..

cartelloni, fotografie, la lambretta del film o una sua buona riproduzione, abiti di scena, postazioni audio in cui ascoltare i demo del disco e comprenderne l’evoluzione. Interessante, tutto sommato, ma molto breve. Comunque Quadrophenia mi piace molto più di Tommy.

British Museum
Great Russell Street
L’ultimo giorno della vacanza lo dedichiamo allo shopping, l’ho detto? L’idea è quella di girare per negozi senza preoccuparci di andare a visitare questo e quell’altro, stancarci meno e toglierci qualche soddisfazione. Per conto mio sono terrorizzato all’idea di dover visitare i grandi magazzini di Oxford Street uno dopo l’altro, ma ho estorto alla mia accompagnatrice la promessa di tornare anche a Covent Garden e infilarci in qualche vicolo.
Così avviene, ci facciamo in fila tutte le versioni possibili dell’Oviesse, tutte caratterizzate da una sinistra costante: non hanno il bagno.
Verso le sei, con una vescica che sembra un pallone, decidiamo di recarci nell’unico posto accogliente dei paraggi, anche se ciò significa violare l’embargo culturale che ci siamo dati: il British Museum.

Ho sempre provato un certo fastidio nel visitare questo edificio, pieno di oggetti provenienti da ogni parte del mondo e mai restituiti ai legittimi proprietari, mi sembra un monumento al furto.

Me l’immagino la scena, Sir Reginald Cavendish sta viaggiando per la giungla indiana insieme a una colonna di servitori che si snoda per due chilometri alle sue spalle e ad un tratto sbuca in una radura. Davanti a lui un gigantesco tempio di pietra nera, lucida, sorvegliato dalla statua di un dio dalla testa di elefante. Dopo un primo istante di sbigottimento Sir Cavendish scende da cavallo, si avvicina alla statua ed esclama soddisfatto “Dear God!”, quindi chiama il suo aiutante occhialuto, il professor John Fitzgerald Holmes, e gli fa: “Allora professore, se dono questa statua al museo crede che me la dedicheranno una sala?”.
Dopo avere impacchettato l’impacchettabile la carovana si rimette in marcia. Il mattino seguente un contadino che vive nei paraggi si alza presto, si lava la faccia, prende il pacchetto con le offerte e si reca al tempio per chiedere al dio Ganesh un raccolto abbondante. Quando sbuca nella radura e non vede più la statua del dio cade in ginocchio, il pacchetto delle offerte si sparge sul terreno e dalla sua bocca sfugge un’invocazione a un dio che non appartiene alla sua religione: Anubi.

Solo in tempi più recenti le mie posizioni si sono ammorbidite, e adesso penso che se tutte le decorazioni interne del Partenone non si trovassero qui forse sarebbero andate distrutte durante la dominazione ottomana. Si, però sticazzi, forse ora potresti restituirle. Si, però la Grecia li avrebbe i soldi per rimetterle al loro posto? Si, però..
Ecco un chiaro esempio del perché normalmente non mi metto a ragionare su queste faccende di cui so pochissimo.
E comunque il British Museum, nonostante le riserve, l’ho visitato tante volte da conoscerlo a memoria, e questo mi permette di fare da cicerone a una fidanzata incredula.

“Ma la Stele di Rosetta si trova davvero qui?”
“Si, è laggiù in fondo.”
“E questa cosa nella teca qui davanti dove si fermano tutti cos’è?”
“Uh. La.. Stele di Rosetta..”

A parte l’antipatia verso l’appropriazione indebita di manufatti il British Museum contiene delle autentiche meraviglie, e a differenza del suo cugino parigino è visitabile in tempi umani. La mia sezione preferita riguarda l’arte precolombiana, ogni volta che vado a Londra mi perdo a guardare nelle pupille sbarrate del Teschio di Tetzcatlipoca e ripenso ai bei tempi di Broken Sword.

Questa foto poi è talmente slegata dal contesto che non l'ho neanche scattata io.
Certo, tanto valeva metterci una bella foto, ma le spice girls sono così urrende che fanno tenerezza.

The Real Greek
60 – 62 Long Acre
Chiudiamo con tre locali in cui togliersi l’appetito, bere una birra o entrare e uscire affascinati.

Il primo si chiama The Real Greek, si trova dietro Covent Garden in mezzo a quell stradine piene di roba che mi piacciono tanto (ma non è assolutamente difficile da trovare, il Long Acre è una delle strade principali) e serve cucina greca, manco a dirlo.
Il cameriere ha la faccia da greco, il naso da greco e parla con una pronuncia tremenda, proprio come i greci, però è italiano, sa fare il caffè ed è pure molto simpatico.
La cucina è composta da una selezione di piattini molto gustosi, le porzioni sono abbondanti (per dire, io sono uscito sazio senza ordinare il menù per ciclopi) e prezzi sono medio alti, come tutti i ristoranti londinesi, tranne giusto il cinese e mcdonalz, ma se vai in vacanza a Londra non è che puoi fare il barbone eh.

The Lamb And Flag
33 Rose Street
Questo pub è il più antico della città, o almeno di ciò si bullano i suoi proprietari, ma la verità è che non esistono testimoni in merito. Uno che aveva bevuto troppo una sera sostenne di essere Connor MacLeod e di avere assistito all’inaugurazione nel lontano 1623, ma era il 26 ottobre del 1991 e il locale era pieno di tifosi della nazionale di rugby, che proprio quella sera si giocava la semifinale con la Scozia. Come il nostro eroe dichiarò le proprie generalità partirono stormi di mazzate che sembrava una rotta migratoria, e in cinque minuti di lui non si seppe più niente.

Il locale comunque sembra davvero vecchissimo, è tutto in legno, anche le ragazze sedute al tavolino che guardano schifate gli avventori, ma loro solo un pezzo.

The Swan
66 Bayswater Road
E qui finisce l’avventura del signor Bonaventura, che gira gira è andato a mangiare nel pub sotto casa proprio l’ultima sera e ha scoperto che ci si mangia anche bene. Il pub è legato alla Fuller’s, una catena di locali concorrente alla Nicholson’s, che abbiamo già incontrato. Cosa si mangia non me lo ricordo più, che son passati tre mesi, ma non era male e la birra era buona. Al tavolo accanto al nostro c’era una coppia di italiani che ha fatto finta di non capire cosa dicevamo e parlava pianissimo per non farsi sgamare, ma lui aveva un maglione della Ueh Figa che giusto un italiano avrebbe il coraggio di portare in pubblico. Quando ci siamo alzati gli abbiamo detto “vabbè ciao eh” e ci è rimasto malissimo.

E basta. È stata una bella vacanza e ci tornerei, anche se Londra comincia a starmi stretta e vorrei vedere un po’ di dintorni.

Grande assente Banksy, che a parte il monopoli semidistrutto di Occupy London non si è mai fatto vedere, e si che Londra dovrebbe essere piena di suoi lavori, e allora mi è più simpatico Invader, guarda, che almeno Parigi l’ha invasa davvero.

Pubblicato da

spassky

Pablog è l'identità segreta di uno scrittore premiato con un paio di nobel alcuni anni fa, ma di cui non si vanta in giro perché il primo l'ha ricevuto per un disguido postale e il secondo come riconoscimento per aver restituito il primo al suo legittimo proprietario. Però un giorno ne riceverà uno per il suo lavoro, ne è certo. Solo che sarà il nobel per la medicina.

0 pensieri su “and through foggy London town the sun was shining everywhere (6/6)”

  1. Ma la Santanché non è bionda …..è sempre stata mora. A meno che tu non confonda la politica destrorsa con qualche starlette da show tipo amicidimariaedisuasorella

    1. no, non era la Santanchè, lo è diventata appena ha aperto bocca. e poi come si fa a confondere una figura di spicco del pdl con una soubrette qualsiasi? c’è in mezzo una quantità tale di professionalità e buongusto che è impossibile prendere abbagli.

E dimmelo, dai, lo so che ci tieni