Diario americano – Washington

Sveglia alle 5, madonne, zaino in spalla e l’aria fresca di Midtown fino alla sede dell’Onu. Di fronte ci sono le torri di Tudor City, dove Sam Raimi ha fatto svolazzare a profusione il suo Spiderman, dall’altra parte Queens è immerso nella bruma e sembra perfino un bel posto. Recuperiamo la macchina e partenza. Sarà la città che non dorme mai, ma in giro alle sei e mezza c’è davvero poca gente.

Attraversiamo il New Jersey fino in Pennsylvania, ma giusto per lasciare Marzia alle porte di Philadelphia, in un paesino pieno di villette nascoste dagli alberi dove l’unico rumore sono le cicale. Quando esci da Manhattan ti accorgi di quanto sia rumorosa quella città, anche quando sei in casa si sente sempre il ronzio perenne dei condizionatori del palazzo, per strada è una cacofonia di clacson, ci sono quei camion col muso in fuori che hanno delle trombe che abbattono i muri, poi arrivi in un posto dove si sentono le cicale e l’aria è fredda e umida e sa di bosco e pensi che vabbè, però in un casino del genere non ci potresti mai vivere.

Ma bando alle bande, bisogna lasciare il Subcomandante nelle mani della sua amica e partire, che questa è una vacanza da uomini. Via di nuovo verso Washington, che dovrebbe distare due ore, ma capita un piccolo imprevisto. Questo.

Immaginate un’autostrada a tre corsie dritta e piatta invasa da un biscione di harley-davidson che avanzano ai trenta all’ora con sopra barbuti sovrappeso. Milleottocento. Un’armata, un battaglione di ciccioni in bandana che salutano gli automobilisti fermi nella carreggiata opposta, e la cosa incredibile è che gli automobilisti costretti a rallentare rispondono al saluto e sembrano contenti di quello spettacolo improvviso che sta facendo loro perdere più di mezz’ora.

In Italia sarebbero stati ricevuti da una pioggia di sputi e consigli professionali per le loro madri, ma qui no, sono tutti felici di questa banda di scavezzacollo al colesterolo e scendono dalla macchina contenti e fanno loro ciaociao e se li ammirano felici. Che fosse un corteo commemorativo l’ho saputo dopo, e mi sono anche spiegato l’entusiasmo, ma in quel momento è stato uno spettacolo da non credere. E comunque, undici settembre o no, non so quanto siano stati felici quelli che seguivano il corteo a passo d’uomo, e avevano davanti un interminabile viaggio fino a New York.

Una cosa che noti viaggiando in autostrada sono le targhe. Ogni stato ha la sua, con tanto di motto stampato sopra. Quello di New York ricorda essere The Empire State, le macchine del North Carolina hanno scritto dietro First In Flight, con tanto di aereo dei fratelli Wright disegnato sullo sfondo. Sulle targhe del District Of Columbia c’è scritto Taxation Without Representation, che sembra una frase polemica, ma lo è davvero, e rimanda a una questione abbastanza spinosa. In pratica lo stato in cui risiede il governo non è uno stato, ma un distretto federale, creato appositamente per ospitare il governo, e i suoi abitanti non hanno diritto di essere rappresentati al Congresso. La frase riprende uno slogan del 1750 che fu tra le ragioni della Guerra di Indipendenza americana, e che citava “No taxation without representation”: i coloni non volevano essere tassati dal governo inglese senza avere una rappresentanza diretta in parlamento a Londra. Allora imbracciarono le armi, oggi scrivono slogan polemici sulle targhe, come cambiano i tempi..

Ma dicevo delle targhe, che è una faccenda divertente. Tu puoi viaggiare e studiarti la storia americana dagli slogan scritti sui bagagliai. Il Kentucky ricorda di essere “The bluegrass state”, come se ci fosse da vantarsi, il Wyoming non ha mai trovato niente di cui andare fiero e non ha nessuno slogan, ma lo capisco, se fossi lo Stato natale di Dick Cheney farei di tutto anch’io per non farmi notare.

Un’altra caratteristica delle targhe americane sono le personalizzazioni. In autostrada ne vedi a pacchi, soprattutto quando un’orda di motociclisti nell’altra corsia ti obbliga a lunghe code. Lobsta, Boysfan, Gooool sono solo alcune e neanche le più cretine che mi siano capitate.

E poi siamo arrivati a Washington.

Una città costruita per essere capitale, la sede del potere giuridico e legislativo e amministrativo e sticazzi. Uno se pensa alle capitali che ha visitato fin lì si trova spiazzato, che Washington è diversa da tutte quante, e soprattutto quando arrivi da quel gigantesco frullatore che è New York non puoi fare a meno di notare l’enorme differenza di questo posto. Ochei, NY non è l’America, ma neanche questo posto si può dire che le somigli, a meno che l’America non sia un grosso museo.

Tutti gli edifici bassi, nessuno che superi i tre piani, strade larghissime e quasi vuote, un’atmosfera sonnacchiosa che ricorda casa mia, palazzoni austeri con pochi negozi. Molliamo i bagagli e la macchina e ci incamminiamo verso la zona dei musei, ma essendo già le due e non avendo mangiato niente accettiamo l’invito di una cameriera elegante e ci piazziamo sotto l’ombrellone di un ristorante molto fico che però fa solo hamburger e birroni. Un pub ripulito, insomma.

Mentre mangiamo noto che il piano regolatore cittadino prevede anche delle vie di evacuazione, indicate da cartelli appositi. Non ci vuole una grande fantasia per capire che non sono state progettate per scappare da un incendio, ed è il momento in cui realizzo davvero dove mi trovo: nel centro del potere, quello vero, da cui dipendono tutti gli altri. Il cortile della casa di Galactus, il divoratore di mondi.

A conferma del mio ragionamento noto qua e là dei cartelli che indicano come nel tale palazzo sia stato costruito un rifugio antiatomico.

Washington è una città costruita a tavolino, un po’ come Brasilia, ma a differenza di quest’ultima il piano regolatore non è ispirato a un aeroplano. A giudicare dall’estensione della metropolitana uno potrebbe pensare che sia stata ispirata piuttosto da una grossa minchia: immaginate che la città copra la superficie di un campo da calcio, i treni sotterranei arrivano solo fino alla metà sinistra e la zona dei musei si estende sul cerchio di centrocampo; nella parte destra del campo c’è il resto dell’abitato, che sarà anche interessante, ma ci passano solo gli autobus, e il vostro albergo sta dalla parte di qua, tipo in mezzo alla gradinata, e già così la stazione della metro più vicina è sulla bandierina del calcio d’angolo. Insomma, una scarpinata della madonna.
Dal viale da cui proveniamo arriviamo dritti davanti alla Casa Bianca, di cui però conosciamo meglio il lato posteriore, quello con la facciata rotonda. Ci sono dei tizi accampati sul marciapiede che protestano e pochissima polizia, perlomeno pochissima visibile: sono sicuro che se accennassi a tirar fuori un’arma verrei abbattuto prima di pensare bang.

Dietro il giardino del presidente si estende il prato più ampio che abbia mai visto, su cui sorge, lì davanti, il monumento a George Washington, e laggiù in fondo, ma proprio in fondo, quello ad Abramo Lincoln.

Il primo sorge su una collina ed è uno dei simboli più celebri dell’impero americano; è lungo ed eretto e si vede da tutta la città. Per fortuna il progetto originale di circondarlo da un basso colonnato non è stato mantenuto, che già così le allusioni si sprecano. Chissà cosa ne pensava Freud.

Dando le spalle al memoriale di Lincoln, andando verso il Campidoglio, si arriva al viale dei musei, e lì c’è da ridere. Ne visitiamo tre, due di arte e uno di testosterone, e ci sarebbe da parlarne per ore solo per decidere quale mi sia piaciuto di più. Vi rimando ai siti, molto dettagliati e con tanto di catalogo delle opere esposte, e poi ditemi se esagero.

Comunque Hopper è il mio pittore preferito, non ci sono cazzi, e trovarmi davanti questo è stato uno dei momenti più emozionanti della vacanza, roba che neanche il cowboy nudo, guarda.

Dopo i musei i memoriali, sempre a piedi, figurati, vuoi mica rinunciare a una bella camminata? Che ti fregano, parti per vedere quello a Lincoln e finisci in quello ai caduti in Vietnam, e ti viene subito da guardarti intorno per cercare un veterano che ti regali uno zippo con scritto “Fuck communism”. Poi torni indietro e ti viene voglia di passare a vederne un altro che è di strada, ma a quel punto ce ne sarebbe di strada alla strada anche un altro, e questi memoriali sono come le ciliegie, però alla fine hai i piedi che ne meriterebbero uno per loro.
La metropolitana di Washington è corta, passa subito sotto la strada e ha dei bei soffitti a cassettoni. Però la fermata più vicina all’albergo resta a puttane e mi pare che abbiamo già camminato abbastanza, no?

Il giorno dopo un altro museo d’arte e la stanza dei bambini più grande del mondo, tanto che riesce a contenere un bombardiere, un concorde e uno shuttle. E la mia erezione.

 

(continua)

Pubblicato da

spassky

Pablog è l'identità segreta di uno scrittore premiato con un paio di nobel alcuni anni fa, ma di cui non si vanta in giro perché il primo l'ha ricevuto per un disguido postale e il secondo come riconoscimento per aver restituito il primo al suo legittimo proprietario. Però un giorno ne riceverà uno per il suo lavoro, ne è certo. Solo che sarà il nobel per la medicina.

3 pensieri su “Diario americano – Washington”

  1. il wyoming io lo ricordo soltanto perché in ovosodo c’era un personaggio che era popolare nel suo quartiere, perché sapeva ruttare la parola wyoming, con grande ammirazione di grandi e piccini.
    per il resto invece io me lo figuro un po’ come il molise

  2. Beh, c’è un parco molto importante e una fortissima presenza di repubblicani, ma credo si possa dire di parecchi stati. Credo che quello di Ovosodo sia più simpatico.

E dimmelo, dai, lo so che ci tieni